C’era qualcosa nell’aria, quella mattina. Smania, nervosismo, agitazione, voglia di andare e di far andare forte le gambe. Voglia di azzannare il bosco ed il suo freddo, i suoi gradi sottozero serviti come antipasto al profumo di muschio e neve calpestata da altri prima di noi. Voglia di alzare lo sguardo all’insù e vedere cielo azzurro invece che fronde d'alberi, quell’azzurro che solo le montagne riescono a tirar fuori dalla tavolozza dei colori, e un Dio pittore che si diverte a combinarne i primari per ottenere sfumature di felicità.

Partimmo forte - troppo forte forse - gambe veloci, muscoli tesi e dita strette in calze e scarponi a mordere metri di salita, al nostro fianco le piste da sci che son pietraie spoglie, poi bosco e tornanti, sentieri che piano piano si colorano di bianco, sporco prima, venato di marrone poi sempre più bianco, quel bianco abbacinante che servono occhiali da sole anche se il sole, quella mattina, era dalla parte sbagliata della valle. O forse dalla parte sbagliata c’eravamo noi, vai a capire. Ma bisognava passare da lì per forza, via obbligata per quella che sembrava un’impresa epica, l’Everest di ognuno di noi, la montagna più alta, lo sforzo più grande, la voglia più forte di arrivare su quel Monte Ferrante che prima di allora nessuno di noi, forse, aveva mai sentito nominare.

Partimmo forte quella mattina, un viaggio pensato, studiato, calcolato, così come calcolato era il rischio di dover abbandonare l’impresa. Una cresta ghiacciata, una salita rischiosa tra rocce a strapiombo, una croce ferrea nel suo stare su un cocuzzolo che scopriamo solo dopo averlo raggiunto che è talmente piccolo da non poterci contenere tutti per la foto di gruppo.

A turno stringiamo il metallo, a turno sorridiamo, a turno lasciamo andare sguardo e pensieri nell’intorno, un intorno troppo grande, e bianco, e azzurro, e freddo, e confortante che non avremmo saputo che pennello usare per raccontarlo ad un foglio bianco.

C’era qualcosa nell’aria, quella mattina, un guizzo di muscoli, ancora loro, che premono forte contro la pelle e contro la mente urlando “andiamo! E andiamo ancora!” passo dopo passo verso quella croce, lontana come un miraggio ma che si avvicina sempre più ad ogni sospiro, ad ogni sosta, ad ogni “daje che ci siamo!” che ci urliamo dentro e fuori ognuno di noi e verso gli altri. Un’impresa, forse si: quindici, sedici, non ricordo più quanti eravamo e non c’è foto di gruppo a testimoniare il numero ma chissenefrega. Ci siamo arrivati, oh yes, chiedetelo ad ognuno di loro se ci siamo arrivati, lassù!

Né piccozze né ramponi, solo un paio di miserabili ramponcini ai piedi, dentini metallici abbarbicati ad una neve e ad un sentiero così perfetti che sembravano messi lì apposta per noi, quella mattina, per portarci fin lassù. Saldi i passi, niente tremori alle gambe, un unico pensiero conficcato nel cervello: la croce. Ci possiamo arrivare. Ci arriveremo. Ci siamo arrivati. Sorriso. Respiro. Gioia.

Vai a spiegarla questa cosa a chi la montagna la guarda solo da laggiù, quanto è forte lo stimolo di andare e salire sempre più su, verso quell’accrocchio di metallo a forma di - appunto - croce. Provaci tu, se pensi di riuscire. Non dobbiamo spurgare peccati, non dobbiamo conquistare il paradiso, non dobbiamo farci santi, non vogliamo essere niente di diverso da quello che siamo: esseri piccoli ed essere piccoli di fronte, e sopra, a quel benedetto cocuzzolo con quella benedetta croce che si riflette sul bianco della neve immacolata a 2.400 metri sul livello del mare. Che il mare dov’è, poi.

Ve l’ho detto, c’era qualcosa nell’aria, quella mattina, che non so spiegare meglio di quanto non abbia provato a fare finora. I sorrisi, signori miei, indimenticabili sorrisi che fugano via stanchezza, preoccupazioni, l’ansia del 'caxxo non ce la faremo mai'! Sapevamo che sarebbe stata dura. Sapevamo che bisognava andare, testa bassa e poche ciance, respiri potenti ad ogni passo, pause solo quelle giuste, quei ramponcini miserabili ai piedi che ci hanno trasformato, per qualche ora, in camosci variopinti di colori ed umori a salire veloci, decisi, caparbi verso quella croce, lassù, sul Monte Ferrante, a 2.400 metri sul livello del mare.

E lei, la Presolana, muta. Silenziosa e scrutatrice di fronte a noi, a custodire una valle che si nasconde dal sole perlopiù, chilometri di piste da sci vuote, oggi, e silenziose e ripide come solo una pista da sci imbiancata dalla neve fresca riesce ad essere in inverno. L’abbiamo guardata, la Presolana: ai suoi piedi abbiamo camminato per ore ma non era lei la protagonista, quel giorno. Sei bella, certo. Con quel bianco che ti ammanta e ti modella nei punti giusti, roccia e neve, ghiaccio e riflessi di sole, sei bella, si, e mai ti dimenticherò. Ma quel giorno non eravamo lì per te.

C’era un’impresa da compiere, c’era nell’aria qualcosa da cogliere, c’era una croce da raggiungere, c’erano persone verso cui mantenere una promessa.
Siamo partiti insieme, abbiamo camminato insieme, siamo tornati insieme.

E’ la Compagnia, dicono gli altri.
E' ognuno di noi, dico io.


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