Venerdì mattina, il lago che scorre alla destra dell’auto, montagne a fargli ombra per mantenere fresca l’acqua, i fari nell’alba che puntano al nord, ad una nuova avventura di cui assapori il gusto ma non sai quale sarà. Un film, un cortometraggio o una serie, dipende da quanto forte andranno le gambe e dalla voglia di scoprire, camminare, vivere. Dentro o fuori dal conosciuto, dipende. Da cosa, poi.
Perché ogni tanto, per qualche metro o qualche chilometro, bisogna uscire dal sentiero. Sporcarsi le gambe e le scarpe di fango, lasciare le gambe scoperte farsi accarezzare dalle ortiche che per un giorno intero ti ricorderanno che, non sempre, la via è agevole da percorrere. Annusare l’aria come animali all’erta, alla ricerca del bollo su di un tronco d’albero, una flebile traccia tra l’erba bagnata, cercare di tornare al calpestato terreno che si, forse è quella, la retta via.
Arrivano chicchi di grandine non così grossi da far male ma inaspettati lì dove prima c’era il sole, un sole che per tre giorni in verità si è fatto desiderare e le nuvole, le nuvole, una coperta grigia stesa su di un cielo che su, alla croce, rivela un brillio di azzurro che non ti aspetti ma che desideri da morire. Una barretta, uno snack, un po’ di frutta secca sgranocchiati sotto la croce che per ore hai rincorso senza mai vederla finché alla fine non ci sbatti il naso contro, con stupore, soddisfazione, ringraziamento.
Per quelle gambe che per tre giorni ti hanno portato e supportato senza mai mollare, per i piedi gonfi che solo al rifugio, dentro un paio di ciabatte, tornano del numero normale, per le fibre del tuo corpo che finalmente iniziano a rilassarsi con un the, una birra o un bicchiere di vino. Le spalle stanche, gli spallacci dello zaino che ad un certo punto sembrano corde infuocate sulla pelle, manica corta o manica lunga, guscio o non guscio, togli e metti e togli e metti e nel mezzo, in questo camerino fatto di roccia e pietre e sassi ed ortiche ed erba bagnata le voci di chi, parlando e ridendo e scherzando, cerca di andare avanti nonostante tutto.
D’altronde sapevamo che sarebbe stata dura, le centinaia di metri da salire a diventar migliaia erano cosa nota ma finché non ci sbatti contro non te ne rendi conto, che forse è stata una cazzata. O forse no.
No, non lo è stata per niente. Perché la natura non regala niente ma dà tutto a chi sa prenderlo e guadagnarlo, ogni valle che abbiamo risalito ed attraversato ci ha dato qualcosa di sé, ogni guado che abbiamo scalpicciato ha lasciato gocce sui nostri piedi e le nostre gambe, fango ed acqua chiara, muschio ed erbe arzille in tutto questo brillare di pioggia fatta ruscello. Guadi e guadini, voci limpide di noi che abbiamo aggredito chilometri e dislivello con la leggerezza tipica di chi si butta, a testa bassa, nonostante tutto.
Nonostante abbiamo visto poco, nonostante sapere che il lago e le cime sono lì, da qualche parte, non ci restava altro che immaginarlo restando concentrati su ogni roccia e pietra bagnata di pioggia che abbiamo dovuto scegliere, con accuratezza, per non finire con il culo per terra. Nonostante la catena su quella placca scivolosa siamo scivolati, restati appesi come salami per trovare subito, istantaneamente, la forza di rialzarci e continuare, facendo tesoro di un errore per andar più cauti ma più determinati ancora.
Angoli di pietra da aggirare, roccette da accarezzare con le mani, culo appoggiato alla terra lì dove non ti senti poi così sicuro di poter scendere con i piedi. D’altronde anche il culo va usato e quando ci sta, ci sta.
Rifugi come casa per due notti e due giorni, amici familiari finché non li saluti prima della ripartenza, una foto imbacuccati in cerate e gusci a proteggere dalla pioggia e una pioggia di sudore che arriva da dentro, tempo maledetto e ballerino, sole che entra ed esce dalle nubi fino ad una chiesetta costruita in cima, San Bernardo, una rosa per Federica che alla fine non ce l’ha fatta, che la terra ti sia lieve, a te e tutti quelli che la montagna l’hanno camminata con la stessa profondità d’animo con cui l’abbiamo fatto noi.
Un Orso che trova un Anello o viceversa, vai a capire. Un Orso che indossa un Anello, se ne adorna con fierezza, e guarda te come brilla bene, quell’anello, al risicato sole di una domenica mattina, mentre la valle s’ammanta di luce ma l’Orso cerca l’ombra e l’amico fitto bosco e tracce antiche mai più utilizzate se non da chi, ogni tanto, per qualche metro o qualche chilometro, vuole uscire dal sentiero.
Domenica pomeriggio, il lago che scorre alla sinistra dell’auto, montagne a fargli ombra per mantenere fresca l’acqua, i fari nel tramonto che puntano a sud, ai ricordi di un’avventura che lascia in bocca il sapore che adesso sai qual è. Ed è buono.
Un Grazie particolare ai compagni di viaggio. A Marco, l’Orso, per averci guidati e condotti con sapienza e pazienza. Ai rifugisti del Sant’Jorio e de La Canua. Alle nostre gambe che ci hanno portato lontano e veloci e ai nostri pensieri che hanno vagato per valli e creste. Alla voglia di vivere. E alla vita.