Ci fosse stata un’altra cima ed un’altra croce, dopo la Grem e la Foppazzi noi, quel giorno, l’avremmo presa. Non ci fosse stato quel bivacco e quel bicchiere di grappa al calore della stufa noi, quel giorno, avremmo cercato il ter, dopo il bis.
Una giornata partita in sordina, alla chetichella, in discesa da un passo verso il bosco ad un passo dal bosco, dall’alto al basso e poi dal basso verso l’alto, un saliscendi che è uno scendisali, respiro lieve nell’aria fresca del mattino, studiare i passi dei compagni di cammino, volti nuovi rivolti al nuovo e lei lì, la cima, ad aspettare il nostro respiro passo dopo passo più pesante e più stanco ed occhi a riempirsi di stupore man mano che il mondo si apre, il bosco si affievolisce, l’aria si assottiglia.
Tornare, ancora, lì dove quattro cime formano un anello, lì dove l’anello per la terza volta torna in attesa di chiudersi e stringere in un abbraccio quella valle che, stagione dopo stagione, cambia volto e volti. Una Maga ci ha stregati, una Maga ci ha rapiti, una Maga che in un colpo di magia ci ha svelato i Quattro in attesa dell’addio all’ultima neve della stagione per chiudere l’anello, chissà, in un colpo solo.
Siamo tornati lì dove un mese fa era neve ovunque e la roccia si nascondeva alla vista, timida e giocherellona con cumuli bianchi dal sapor di bignè alla crema per ritrovare, oggi, il colore grigio eppure vivo di quella roccia di cui è fatta ogni cima, ogni vetta che abbiamo raggiunto insieme.
Eravamo persone, quel giorno, con una meta ed a metà finché non ci siamo sentiti, tutti insieme, gruppo, stretti nell’abbraccio simbolico di uno scatto, sulla cima, sotto la croce, seduti ed in piedi, sorridenti e pensanti, lo sguardo rivolto all’obiettivo che ruba, ma solo per un momento, la scena al mondo intorno.
Non era programmata ma l’avevamo contemplata, l’idea di continuare a salire dopo esser discesi, sembrava così lontana quella seconda cima che avevamo paura di scriverlo per paura di non farcela. L’abbiamo vista ed avvistata dalla prima, abbiamo accarezzato l’idea, abbiamo chiesto alle nostre gambe un ultimo sforzo, ci siamo avvicinati un po’ di più all’Arera che dalla Grem sembrava vicino ma non così vicino come dalla Foppazzi. Perché ai sogni bisogna avvicinarsi, pian piano, passo dopo passo, con riverenza e caparbietà, tuttavia. Bisogna pensarli. Bisogna volerli. Bisogna andarci incontro, perché ad aspettarli si rischia di dover aspettare troppo.
E noi di tempo ne abbiamo poco se pensiamo a quanto ancora dobbiamo vedere, girare, salire e scendere, guardare, fotografare, respirare, camminare, sudare e sbuffare in un cammino lungo, ma tanto lungo, che è la vita intera che ci auguriamo.
Ci fosse stata un’altra cima ed un’altra croce, dopo la Grem e la Foppazzi noi, quel giorno, l’avremmo presa.
Senza titubanza, con la forza dell’essere un gruppo, una cosa sola, un silenzio solo ed una risata sola, avvolgendo e coinvolgendo pensieri e panorami di sguardi e stupore e due amiche nuove, incrociate su un sentiero e che ritrovi al bar a bere e brindare, ancora una volta, a questa strana Compagnia.
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