Il problema del girare tanto questo piccolo mondo roccioso è che poi, ad un certo punto, si inizia a far confusione di cime, di vette, di croci, di sentieri abbozzati e sentieri ben definiti, quelli che verrebbe voglia di abbandonare per abbandonarsi all’incognito e al nuovo. Ma questa è un’altra storia, come sempre.

Mi hai suggerito, amica mia, di uscire da me, guardare da fuori il piccolo mondo di cui sopra, a volo d’uccello come qualche giorno fa, senza troppo scavare ma tanto guardare. E allora spicchiamo questo volo, che di mondo da guardare, da quassù, ce n’è tanto ed abbastanza per una vita intera di passi inanellati uno dopo l’altro.

Io ci metto parole a casaccio a descriver paesaggi e panorami, alberi e scalini di roccia scavati dall’acqua e tronchi poggiati per terra con una certa regolarità ad indicare cammino e dirupi che l’attenzione non basta mai, soprattutto quando ti trovi ad abbozzare una salita ad una croce di sera, una sera che diventa notte, una notte che laggiù mostra paesi che s’addormentano placidamente dopo un giorno intero di corsa e luce e sole.

Non serve la frontale perché ricordi bene il sentiero, una striscia di scuro più scuro dell’erba che si apre ai lati, piedi che guardinghi cercano la prossima sporgenza rocciosa, il prossimo inghippo e tranello teso da una natura non mai troppo addomesticata da noi piccoli esseri umani. Come quella volta che, su un Passo del Toro da tanti sconsigliato d’inverno, quando la neve attutisce rumori e nasconde sentieri, catene che di aiuto ne prestano poco se devi scavare per trovar l’anello giusto da agguantare.

Non serve frontale perché è già giorno pieno su quel traverso innevato, esposto a nord, una sottile striscia più battuta ed abbattuta del resto, segni di ramponi, aghi inflitti nella neve che, di aiuto, ne danno abbastanza al pensiero che qualcuno, prima di te, è già passato in questa avventura. Un pizzo dei Tre Signori visto dal basso, lì dove qualche mese fa eravamo a guardar dall’alto, un pizzo che sfida e lascia la sfida aperta perché oggi, la sfida vera, è arrivare al Rifugio Grassi per scaldare piedi, mani e cuore dopo una salita di traverso ed attraverso un desiderio.

Non serve frontale per salire e per scendere a e da un rifugio Margaroli immerso nella neve e nel silenzio della valle, nel duro di un lago ghiacciato che verrebbe voglia di camminarci sopra solo per provare quella sensazione di camminare sulle acque che Uno solo, finora, si è concesso.

C’è confusione nell’aria e sul foglio, si mescolano cime e vette e sentieri e pensieri, ma la neve non manca se non a bassa quota, come non manca il vento che solleva per aria pulviscolo bianco e ghiacciato e freddo, massimo comune denominatore, vento che di spalle spinge ma che di fronte frena, vento che da fermi congela quel “sentire” il mondo anche su un sentiero che, in fondo, è così netto e definito da non poter sbagliare nell’affidarsi al sentimento di essere sulla giusta via. Per dove, non si sa. Ma siamo nel giusto.

A voler mettere insieme tutto quanto si avrebbe una salita in notturna, da solo, verso il Cornizzolo, per poi scendere attraverso il Passo Del Toro per finire, birra in mano, al Grassi e da lì, in men che non si dica, a ritroso su quel traverso verso il Margaroli che spiana la strada, battuta e larga, circondata da rocce austere e pizzi elevati, ad un ritorno a casa più pieni di -altro ed altri-.

Io più di questo non posso fare, se non suscitare panorami e paesaggi, più che scrivere parole per solleticare l’inventiva di menti che non aspettano altro che lo sparo del -via!- per iniziare a sognare e viaggiare.

La musica, quella no, la dovete mettere voi. Auricolari nelle orecchie, tasto play, scegliete voi cosa sentire ed ascoltare e canticchiare, a labbra accostate e mani strette attorno ai bastoni che reggono e sorreggono e sentono il terreno prima di noi.

Fidarsi ed affidarsi all’istinto, fidarsi degli occhi che si abituano all’oscurità prima di quanto la mente possa realizzare il sentiero da seguire, fidarsi di una mano che viene tesa foss’anche una mano che viene dal cielo, un fascio di luce stellare o lunare ad indicar la via che, puntualmente, perdiamo per perderci, volontariamente, in una via che è tutta Vita che scorre.

Lenta o veloce, dipende solo da noi e da quale musica sceglieremo di ascoltare e su quale musica sceglieremo di ballare.


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