Il segreto. QUEL segreto, io non l’ho ancora scoperto né capito. Il segreto di come si fa a non andar lunghi, a non lasciarsi andare troppo, a tenersi abbottonati, a condensare il tutto in poche parole. Qualcuno mi rimprovera il fatto di esser prolisso, di lasciar cadere troppe parole su un foglio bianco, di non avere ricevuto da Dio il dono della sintesi. Hai ragione, tu che me lo fai notare. Ma, e dico ma: come si fa a condensare in poche parole una giornata lunga più di messa giornata, che manca solo la notte per farne una giornata intera, trascorsa tra i monti e le rocce e chiusa in bellezza a bere spritz e vino e birra in un locale di un paesino da mille anime?

Rispondo io per te: non è possibile. A meno di non inaridire il tutto e restringerlo a poche parole, un ringraziamento, una speranza di avervi ancora a camminare con noi. Questo lo lasciamo alla fine.

Non è possibile che scendi dalla macchina, una mattina di un 18 settembre 2022, e trovi ad aspettarti un freddo becco da 5 gradi centigradi che i pantaloncini, lo capisci in quel momento, forse era meglio lasciarli a casa. Le gambe che iniziano a tremare forte, di un’emozione che non lo è, è solo freddo becco dei mille metri del Pescegallo, che non è parente stretto né largo del Pescegatto.

Non è possibile che esci dal bosco, dalla frescura che è freddo, a questo punto della faccenda, e i pantaloni lunghi tornano a diventare corti, che il centogrammi diventa canottiera, che i guanti diventano pelle. Che il sole scalda come fossimo a giugno, che settembre torna a profumare d’estate, che le rocce emanano calore e il sottobosco è ancora umido della notte. E stiamo camminando ancora da 20 minuti.

Non è possibile che è vera quella storia che la vegetazione da una certa quota sparisce, che i prati diventano rocce, che gli alberi rimpiccioliscono al punto da diventare arbusti e poi fili d’erba e poi ad un certo punto neanche più quelli. Che la roccia si colora di sfumature strane, quasi viola e quasi verde, ma non era grigia, la roccia?

Non è possibile che dopo quel traverso in piano bisogna ricominciare a salire, d’altronde i metri bisogna guadagnarli a fatica e finora ne abbiamo risaliti ben pochi, anche se camminiamo già da un po’. Le rocce si fanno aguzze, il paesaggio cambia, l’aria si rinfresca, il sole si avvicina, la cima, quel Tre Signori per cui stiamo camminando ancora non si vede, men che meno quel rifugio che gioca a nascondino dietro curve rocciose finché la bandiera, eccolo il tricolore che regala speranza e promessa di caffè caldo e thè.

Breve pausa, zaino in spalla e si ricomincia a salire, qui viene il bello. Il panorama si allarga, le rocce si allisciano, l’erba si piega in un inchino scivoloso e pungente che manco puoi poggiar la mano che già te ne penti. Inizi a riconoscere qualche vetta, inizi a sudare, il piede deve stare più attento, le mani devono stringere bene qualcosa, che sia uno sperone di roccia o un cavo metallico, finalmente la vetta si mostra ed è lontana, così lontana che ti chiedi se ci arriverai mai.

E sali e scendi, e scendi e sali, e rocce e canali, e fessure nella roccia ed un sentiero che si indovina ma puoi cambiarlo a piacimento, non sempre bisogna stare sulla retta via. La terra un ricordo, qui è solo roccia, di quella buona e salda e grigia e invitante a metterci su il piede che non viene giù neanche per sbaglio, a meno che non ti perdi via a guardarti intorno. Ma c’è tempo per farlo, c’è l’ultimo cavo da tenere tra le mani prima di giungere a quella vetta che, una volta su, pare di stare in cima al mondo, anche se sono solo 2.500 metri dallivellodelmare. Un cielo terso che vedi fino a dove la tua immaginazione arriva, un cocuzzolo piccolo piccolo colonizzato da 30 formiche affamate ed impazzite, una croce grande che pare messa lì apposta per far la foto tutti insieme. Trecentosessantagradi di meraviglia naturale, l’occhio si perde all’orizzonte, il cuore ricomincia a battere normale, il panino del giorno prima sembra un cenone di Capodanno, il sole scalda pensieri e pelle.

Foto di gruppo e via che si scende che la strada è lunga e la casa è lontana. Un sentiero diverso per il ritorno, un ghiaione scivoloso come sapone, una diga chiusa che bisogna aggirarla, un lago quasi secco che aspetta l’inverno, un bosco che sembra non finire più e pare volerci inghiottire per la notte. I chilometri non si contano, c’è solo stanchezza e voglia di mangiare e bere qualcosa, mettere il culo su una sedia qualsiasi e lasciarsi andare e rilassarsi e riposare. Meritato riposo, meritata birra. Meritata vita.


Le foto più belle della giornata


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