Una manciata di minuti di silenzio. Lì su un pendio erboso, esposto al sole che ogni tanto si sporge al balcone delle nuvole, tra erba secca e canali scavati da rivoli d’acqua vecchi come il ricordo delle vacanze appena trascorse. Una manciata di silenzio, di quello bello, un gruppo d’avanguardia rispetto agli altri, cinque o sei di noi, passi ritmati e cadenzati dal ticchettio del cuore che pompa vita in giro per il corpo, dislivello poco ma chilometri tanti, sia all’andata che al ritorno, quel silenzio me lo ricordo bene.
Ognuno perso nei propri pensieri, ognuno perso in chissà cosa, ma io questo non lo so. Sono minuti che sembrano ore, tanto sono belli, tanto assomigliano a quei momenti che vorresti non finissero più, come nei migliori film. Un silenzio fatto di frinire di cicale, di vento tra fili d’erba, di sassi smossi dai nostri passi, di campanacci di mucche al pascolo, di nuvole che giocano a nascondere il sole.
Un silenzio talmente bello che hai anche tempo e voglia di farti qualche domanda: quanto manca, quanto abbiamo già camminato, che ore sono, le creste saranno pericolose, andiamo a destra o a sinistra, chissà come si chiama quel monte lì di fronte, con chi eravamo l’ultima volta che siamo venuto qui, dove stiamo andando, cosa stiamo cercando.
Cosa stiamo cercando. Cosa. Stiamo. Cercando.
Non una strada, ché quella, a sapere seguire i bolli biancorossi sulle rocce e sugli alberi, è già segnata. Un sentiero da perdere? Una bandiera che sventola lontana nell’aria? Un desiderio? Un’idea? Un sogno? Un progetto? La vita? Perdersi, forse, per ritrovarsi.
Una strada bianca che diventa ciottoli che passa alla terra che si regala all’erba, un vecchio rivolo d’acqua bevuto dalla terra che mangia il sentiero, una salita che non te l’aspetti da quanto è stato facile finora, ma poi spiana, spiana sempre, fidati, spiana sempre. Terra che si coagula in roccia, rocce che chiamano le tue mani, attento a non scivolare, il muschio sul sasso cresce e sgambetta, la valle è giù da una parte e dall’altra, cime salgono al cielo e lo vedi, il Tre Signori con la testa tra le nuvole, chissà a che pensa, chissà a che pensi.
Una bandiera inizia a sventolare nel benvenuto al viandante, le nuvole si chiudono sul sole ma siamo a casa, un rifugio che per qualche ora sarà casa, si, perché chi l’ha detto che casa è solo quella di cui hai le chiavi? Basta poco per sentirsi a casa, la compagnia giusta, l’amico fidato, un perfetto sconosciuto perfettamente sintonizzato sul battito del tuo cuore, il ritmico andamento di passi su ciottoli e sassi e rocce e un brindisi di vino che ormai da troppo aspetti.
Ce lo meritiamo, dopo tutto questo cercare. Di pace. Di serenità. Di felicità, o è troppo chiederlo? Abbiamo faticato abbastanza, no? O dobbiamo ancora andare avanti, per meritare quel bicchiere di vino o di birra e una panca sotto al culo su cui riposare?
Una manciata di minuti di silenzio che si ripete al ritorno ma qui c’è la stanchezza di una giornata che sembra ancora lunga, sembra. Chilometri da macinare ancora tanti, almeno quanti quelli dell’andata. Un anello che si allunga fino a diventare una linea più o meno retta. Quella curva, la ricordi bene. All’andata con il fiatone, al ritorno con il passo frenato. Il bosco. Si taglia, che si fa prima. Erba, terra, radici d’alberi, ciottoli, sassolini di una strada bianca, il parcheggio, l’aperitivo.
Siamo a casa. Ancora. La notte scende a 1.300, il fresco è bello con una felpa addosso. È ora di tornare. E anche questa è andata. Si chiudono gli occhi, un paio di appunti della giornata da ricordare.
Una manciata di minuti di silenzio. Su un pendio erboso.
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