Decompressione. Respiro. Zaino disfatto, lavatrice che frulla vestiti sporchi e pensieri. Respiro. Occhi pieni di bellezza, di sassi, di forcelle, salite, discese, sassi, ghiaioni, sassi, piante basse che stentano a salire verso il cielo o forse in maniera intelligente tengono un profilo basso che, nella vita, non si sa mai. Scrosci di pioggia nella notte, ticchettio di gocce su tetti di lamiera di rifugi arditi ed isolati in un mondo di pietra che si sgretola, sasso dopo sasso, roccia dopo roccia, rotolando a valle per diventare, infine, polvere. E noi che ci lasciamo andare seguendo una gravità a cui è inutile resistere, seguendo una traccia, un ometto di pietra, un bollo bianco rosso su un sasso che oggi c’è e domani chissà dove rotolerà via.
Un mondo di pietra, duro, secco, bianco abbacinante sotto il sole d’agosto, camosci e stambecchi e caprioli senza paura degli umani che passano vicini, corna ed occhi grandi a scrutare e chiedersi il perché di questa fatica per salire, tanto poi bisogna scendere: certo, forse avete ragione voi a starvene al sole, sdraiati, il vento fresco dei 2.000, ad osservare il mondo da lassù senza scendere a valle, che poi è fatica risalire.
Ma questi monti sono così, un continuo saliscendi per riempirsi gli occhi, ogni volta, di una bellezza diversa, una valle silenziosa dove anche il vento a volte sembra fermarsi e trattenere il respiro per farci capire quanto siamo piccoli e rumorosi con il nostro respiro affannato dalla salita. Gli occhi no, quelli non fanno rumore mentre guardano e si riempiono di bellezza, commuoversi in silenzio, tirar su col naso, quello si che fa rumore, una lacrima di commozione cade a terra a bagnare terra secca e sassi, sassi, ancora sassi.
Ticchettio di bastoni ritmico su pietre aguzze, sfogliare di pagine di pietra ad ogni passo, ciò che tocchi con i piedi non resta lì dov’è ma si sposta anche solo di un centimetro per diventare altro, per diventare il passo di chi segue la tua via e la tua vita.
E poi ci sono loro, i 4 rifugi che per 4 notti ci hanno regalato pace e ristoro, risate e riposo, materassi che chissà quanti viaggiatori stanchi hanno già accolto prima di noi, il silenzio della notte di montagna, il frinire di cicale che si abbeverano alla rugiada mattutina, luci spente alle dieci che il silenzio della notte di montagna si gode meglio al buio. È il momento in cui i pensieri possono raccogliersi in preghiera e ringraziare chi vuoi tu per la giornata andata, filata liscia e sudata, per quella birra tanto desiderata e quel pasto caldo così meritato. Rifugi come cattedrali nel deserto, a volte sogno e a volte speranza, così vicini eppure così lontani, Flaiban-Pacherini, Pordenone, Padova, Giaf, questo ringraziamento va a voi e a chi vi tiene così curati e ben custoditi tra le cime e le guglie e le pietraie e i ghiaioni, un lavoro non da poco per dare a noi viaggiatori riposo e serenità prima del giorno dopo.
Mente sgombra, piede sicuro, occhi aperti ed anima pronta allo stupore, un cammino non per tutti, la fatica è tanta ma tanta è la bellezza che ci si porta a casa. Su una tovaglietta questa frase: “le emozioni raccolte durante le vostre escursioni non fanno parte di alcuna specie protetta: quindi potete tornare a raccoglierne ancora. Tanto non finiscono mai.”
Quella voglia di rifare lo zaino e andare ancora, e ancora, a raccogliere emozioni e stanchezza pulita di cuore. Quella voglia di dirti grazie, amica mia, per aver deciso di fidarti di me e condiviso con me questo viaggio. Questo abbraccio tintinnante di sassi rotolanti è per te.


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