Sul Sasna eravamo già stati. Ma era tutta un’altra storia. Era agosto, la notte di San Lorenzo per l’esattezza. Gocciolavamo di sudore e polvere di stelle mentre salivamo verso la croce. La trovammo, immersa nella nebbia, per poi scoprire il trucco, ce n’era una seconda, quella vera. Panorama? Non pervenuto. Nuvole basse e in ordine sparso a coprire, praticamente, TUTTO.

Sapevamo che da qualche parte c’erano il Coca, il Redorta e i compari dei 3.000 orobici tanto agognati ed ammirati da chi, come noi, a quelle altezze non aspira se non nei pensieri più reconditi. Non si vedeva niente. Salimmo per il gusto di salire, di faticare, di sudare ancora un po’ prima della meritata birra al rifugio.

Salivamo anche sabato scorso ma con gli occhi pieni, finalmente, di quello che non avevamo gustato la volta precedente. C’era tanto da vedere, così tanto che forse varrebbe la pena tornare ancora per completare il quadro, manca qualche pennellata per finire e definire meglio il tutto. Si suda meno, stavolta, di un sudore fresco che le maniche corte forse sono un po’ esagerate, ad avere una termoregolazione normale. E’ dicembre e sono passati 4 mesi durante i quali, a voler raccontare tutto, non basterebbe un libro. Fa freddo, quassù, ma almeno vediamo bene il Coca, il Redorta, la Presolana lì di fronte, le piste imbiancate e la seggiovia ferma perché di neve, ancora, non ce n’è abbastanza per scendere a valle in velocità.

Respiriamo forte in questa salita.
Arriviamo veloci a questa croce.
Chissà se tutti sanno dell’ultima rampa prima del rifugio, quella che ti fa sputare di nervoso perché pare non finire più.

Una stufa accesa.
Un caldo forte.
Un profumo di polenta e stinco che, per noi che respiriamo meglio in quota, significa CASA.

L’impalcato di legno della terrazza, le travi a vista sulla testa, i tavoli di legno allisciati da mille mani e mille piatti e posate, dal fondo di mille bicchieri poggiati dopo mille brindisi di mille e mille persone che, da queste parti, sono venute prima di noi a cercare quiete. E una strada e un senso, chissà.

Vediamo bene tutt’intorno, le cascate che non cascano incorniciate da una finestra con delle tendine che sembrano quelle di casa della nonna, pace all’anima sua.
Scoppietta il fuoco nel camino. Si asciugano le maglie sudate, appese alla bell’è meglio qua e là.

Tintinnano bicchieri.
Tentennano pensieri.

“Hai visto che bella la chiesetta laggiù, che sembra poggiata su un sogno?”

I ramponcini hanno fatto il loro dovere, aggrappandoci forte a quel sentiero ghiacciato, alla neve caduta giorni prima che resiste abbarbicata al sentiero in un lento scioglimento che prima o poi finirà. O forse no.

“Danno neve, stanotte, ne parlano tutti i tg, hai sentito?”
“Non farà niente, vedrai. Anche perché noi domani si cammina ancora e non vorremmo farlo sotto la neve.”
“Speriamo.”
“Sperem.”

Intanto quella neve sparata mista a quella caduta ce la godiamo in discesa riguadagnando il paese nel giorno che volge alla fine, le piste imbiancate e sbrilluccicanti dal danzare delle lampade che abbiamo indossato come un terzo occhio. Per vedere meglio, per vedere oltre, per non cadere e non lasciarci andare.

Fossimo bambini avremmo un sacchetto di plastica sotto al culo per andar giù veloci.
Ed invece siamo adulti e sotto al culo ci è rimasta solo la voglia di sentirci bambini.

Si addormenta la valle, è buio pesto e davanti a noi danzano le luci del paese.
Scendiamo. Lenti, ma scendiamo.
Perché nessuno vorrebbe tornare a casa, in questo pomeriggio buio che sembra notte di un’ora legale che ci sposta più avanti di quanto vorremmo.

“C’è profumo di neve, la senti?”
“No, io sento solo profumo di castagne sul fuoco, in verità.”

E ci svegliamo con i tetti imbiancati, in effetti.
Con le cime innevate.
Con i sentieri ghiacciati.
Con quattro buoni amici superstiti alla notte.
Con cinque buoni amici che a casa proprio non vogliono stare, nemmeno quando danno freddo e neve.

Siamo in nove.
Siamo in un giorno nuovo.
Siamo nella stessa valle.
Cambia la musica, il passo rimane uguale, fermo e deciso nonostante il freddo e la meta così lontana, a vederla da quaggiù.

Ci aspetta un rifugio chiuso, una spada conficcata in una roccia, “il sentiero più noioso delle Orobie”, dice qualcuno. “Sarà, ma io non ci torno da 3 anni, lassù, e ho proprio voglia”. La stessa di rimanere sotto le coperte, con il freddo che fa.

Siamo in ballo e balliamo, battiamo i denti dal freddo, ci vestiamo troppo come sempre e dopo cinque minuti e 50 metri di salita dobbiamo spogliarci a metà. Fiocchetti di neve cadono dall’alto ma potrebbero essere gli alberi che si scrollano via questa finta d’inverno. O forse no. Lo capiremo poco dopo, a metà del sentiero più noioso delle orobie, all’ennesimo tornante, quando il bosco lascia spazio alle rocce, quando il cartello indica un’ora al Rifugio Curò. Nevica, signori miei, fuori le giacche, imbacuccati perseveriamo in quest’avventura, tracciamo su neve fresca. Seguiamo un uomo e un cane che ad un certo punto del sentiero spariscono, chissà dove, e delle loro tracce non ne troviamo più.

“Ma chi me l’ha fatto fare, oggi.” Un passo avanti, una voglia in meno. Sospinto dai passi dei compagni di viaggio che incalzano da dietro avanzo, ed avanziamo, come una rompighiaccio tra i ghiacci polari. Niente orsi né camosci né animali di nessun genere. “E te credo, con la giornata che fa.”

Son pensieri che rimpallano da un emisfero all’altro del cervello. Un ping-pong di “continuo o mi fermo?”, di “che idea del cavolo MA però che bel silenzio oggi, qui dove di solito sono decine e decine di camminatori come noi.”

Arriviamo al rifugio. Chiuso, ma lo sapevamo.
Arriviamo al lago. Non ghiacciato, non ce lo aspettavamo.
Mangiamo un boccone. Freddo, ma lo prevedevamo.

In fondo al cuore, all’attacco della discesa, un desiderio solo: che quel chiarore in cielo diventi sole, foss’anche per un momento solo, per una manciata di minuti quanto basta per ringraziare Dio e pensare che noi, il sole, ce lo portiamo dentro. Ed ogni tanto, come Pollicino, lo seminiamo sui sentieri che camminiamo, caparbi e decisi, quando anche gli animali selvatici se ne stanno accucciati nella tana.

“Faticoso, oggi, ma ti dirò: non potevamo essere in un posto migliore.”
“Alla salute.”
“Alla tua. Alla nostra”.


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