Il primo quattromila non si scorda più.

E poi succede.

Succede che ti ritrovi lì, a pestare neve dura alle prime luci del mattino, legato ad altri quattro da un cordino bianco e rosa e da un sogno tenuto in serbo troppo a lungo.
Succede che la cima – quella che hai sempre chiamato per nome con rispetto, come si fa con le cose sacre – oggi non ti ignora più. Ti guarda. E tu la guardi negli occhi.

E poi succede.

Succede che arrivi. E non ti rendi nemmeno conto di essere arrivato perché lì non c’è un cartello, non c’è un traguardo, non c’è niente se non tu.

Finalmente tu.

“Come faccio a raccontartela bene questa storia se non eri con noi?”

Anche il più forte degli uccelli, quello dalle ali più grandi, quello con la vista più aguzza prima o poi, da lassù, deve tornare giù.

Ed anche Icaro, per quanto astuto ed intrepido, non riuscì ad arrivare al sole.

Ma quella è un’altra storia.

Questa invece è una cosa veloce, una salita ed una discesa per assaggiare i raggi del sole da lassù, da quelle cime a lungo annusate da lontano, passandoci sotto veloci e zaino in spalla, scarponi sporchi di terra e fango e polvere, le nevi perenni a riflettere il sole e specchiare nuvole di passaggio.

Questa è una cosa veloce a denti stretti e fiato corto, senza musica di sottofondo se non il suono della neve dura, al mattino, rosicchiata passo dopo passo da cinque paia di ramponi, un cordone ombelicale a legarci stretti ed intralciare i passi, a rallentare i bollenti spiriti e la smania di arrivare tipica di chi, per troppo tempo, è rimasto al lazo fermo a scalpitare.

Quattromila.

Da quanto tempo ci pensavi?

Per quanto tempo hai avuto paura di pensarlo?

Le mille domande e dubbi, le mille ansie paure, le mille volte che con lo sguardo ti sei appollaiato lassù e le mille volte che hai nominato le cime che oggi, tutt’attorno, ti guardano di sottecchi facendo finta di niente. Girandosi dall’altra parte quando ne incrociavi lo sguardo. E in quel movimento fugace spostano neve e refoli di vento che s’ingrossano a diventare folate e quindi mulinelli e noi lì, in mezzo, a cercar riparo nel nulla dal nulla, bastoni e piccozze e ramponi ben piantati per terra a resistere perché tanto, lo sappiamo bene, anche la più forte delle ventate passa, prima o poi.

Come questa salita a fiato corto che la vedi, la cima, lassù verso dove ti dirigi e sbuffando e trattenendo madonne tra i denti la vedi, la Madonna in vetta che sembra un birillo, uno scarabocchio, un puntino nero tra il bianco così bianco di questa neve che non conosce sporco e non si sporca mai.

Ci puliamo le scarpe prima di entrare, uscendo dalla stazione della funivia c’è ancora terra sotto gli scarponi ma la lasciamo giù ai primi passi come lasciamo giù la preoccupazione di non farcela. Siamo in ballo e balliamo, baby. Senza musica, quella ce la dobbiamo inventare perché questo concerto non l’abbiamo mai sentito se non per sentito dire, non sono note note quelle che dobbiamo scrivere sul pentagramma e allora inventiamola, ed inventiamo tutto, quassù.

Ad ogni passo sembra di rinascere o forse nascere del tutto, ad ogni passo ci allontaniamo dalla civiltà e qui ci sono solo tracce di sci e tracce di ramponi e corde strisciate sulla neve. Siamo soli ma non siamo soli, siamo tutti insieme ma ognuno deve trovare dentro di sé quella forza che non credeva di avere. Non ci sono cazzi e non ci sono santi, qui c’è solo da camminare. E noi camminiamo, ed è quello che da quando abbiamo qualche mese ci riesce meglio di fare. Bipedi accompagnati da stampelle ripiegabili con un uncino all’estremità di una mano che ci fa sentire così forti ed invincibili. Controvento, controsole, contro tutto e contro tutti e contro noi stessi che quanto si stava bene a letto, stanotte, con il fiume a frusciarci nelle orecchie, lì accanto al rifugio?

Quattromilametri e quarantacinque per l’esattezza. A voler sottolineare esattamente ogni metro di salita ché a queste altezze, fidati, anche i quarantacinque si fanno spigolosi come un mobile in piena notte calciato con il mignolino di un piede.

“Come faccio a raccontartela bene questa storia se non eri con noi?”

Dettagli tecnici (non) di poco conto: mani e piedi devono stare al caldo. Qui il freddo morde, soprattutto quando decine di volte finisci con le mani nella neve inciampando in un’impronta troppo profonda o in un passo troppo lungo. Il corpo regola automaticamente il flusso sanguigno, per garantire sangue al cuore lo toglie alle estremità. La corda deve essere tesa, altrimenti si inciampa. O finisci per portarla mano nella mano come in una passeggiata a due in riva al mare. Ma c’è la piccozza e c’è il bastone e di mani, noi, ne abbiamo solo due. I passi devono essere corti e regolari. Anche quando sei a 50 metri dalla vetta e ti viene voglia di correre all’impazzata per piantare la bandiera. Ed è in quel momento che manca l’aria. Per cui rallenta, frena e respira. Piano, forte, ma respira. Sali a zig-zag. Il dislivello sempre quello rimane, la distanza aumenta la l’inclinazione del piano diminuisce. Magari è solo un’impressione, o forse no. Ma a zig-zag si soffre meno. Goditi il silenzio, ascolta ogni battito del tuo cuore ma parla, ogni tanto. Anche solo per far sapere agli altri che sei vivo. Qualsiasi cosa ti passi per la testa, ogni tanto, sputala fuori. Come un respiro troppo forte, come una boccata d’aria troppo grossa da buttare giù. Siamo legati, ricordi? Ed il pensiero tuo è pensiero mio, ogni gioia tua è gioia mia, ogni sofferenza tua è sofferenza mia. Siamo legati, quassù. Prima si sale e prima si scende e la neve sarà migliore. Ma non sacrificare un attimo di sonno, perché gli occhi devono stare aperti per vedere tutto il bello che c’è quassù e da quassù. Bevi, ogni tanto altrimenti ti secchi e si screpolano le labbra ed appassiscono pelle e muscoli finchè non ne hai più. Le barrette, le migliori amiche degli escursionisti, anche se ormai sono bastoncini Findus surgelati. Ma hai in bocca denti buoni e tra un’imprecazione e l’altra mettici in mezzo una barretta. Aiuta, credimi. Cammina a gambe larghe: hai ai piedi i ramponi con dentini aguzzi ed affilati come due gattini pronti a mordere e graffiare. E a fine giornata i pantaloni ne sanno qualcosa, dopo aver litigato ed aver perso la scaramuccia. Poco male, si rattoppa tutto, anche gli strappi al cuore, figuriamoci un pantalone. Però, checcazzo. Anche meno, eh. Quando ti fermi non appoggiare niente per terra, altrimenti è un attimo che vola via. Che sia un guanto, una ghetta, un cappello o un pensiero. Quassù il vento è potente e famelico e le valli e i cieli, oggi, sono piedi di cose che lassù non volevano stare. E tu torni più leggero, si, ma con più cose da ricomprare.

Scendiamo piano, uno dietro l’altro. Con la stessa cautela con cui si sfoglia una pagina preziosa. Con la stessa fretta con cui vuoi arrivare al finale del libro per scoprire chi è l’assassino.
E ogni passo verso il basso è un addio sottovoce a qualcosa che lassù, tra le nuvole, ci ha fatto sentire liberi.
Ed ogni passo verso il basso è un arrivederci a qualcosa che lassù, tra le nuvole, ci ha fatto sentire infiniti.

Post scriptum: se quando arrivi in cima senti il bisogno di piangere, urlare, stare in silenzio, sussurrare un “grazie” a bassa voce, ecco, fallo. Piangi, urla, sussurra, stai in silenzio. Perché a queste montagne, in fondo, dei tuoi pianti, delle tue risate, dei tuoi sussurri, dei tuoi silenzi, non gliene frega niente.

E’ solo a te che deve importare di te.


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