Sotto il cappuccio del poncho, il mondo si restringe. Tutto sembra concentrarsi sul sentiero davanti, l’unica cosa che conta. Che è poi la cosa più importante, certo. Sembra di andar veloce tra fusti d’alberi che scorrono ai lati della vista, foglie cariche d’acqua che non aspettano altro che uno sfioramento per scrollarsi di dosso il peso delle gocce, muschio sulle rocce che fa da tappeto a chi ha zampe piccole da camminarci sopra, sassi bagnati e scivolosi da stare attenti ad ogni passo e foglie, foglie di ogni colore, in ogni dove, a far da tappeto a questo nostro cammino che inizia umido, diventa bagnato, sgocciola in ogni dove, sugli zaini, sulla schiena, sulle mani e soprattutto sul cappuccio del poncho che restringe, appunto, la visione. Al sentiero. Al panorama che abbiamo di fronte. Alla meta, alla destinazione, alla prossima curva, alla prossima salita, alla prossima discesa.

Fortemente voluta, fortemente attesa, fortemente vissuta, questa Via Decia. Ci abbiamo creduto, ci abbiamo sperato, abbiamo fatto quel fatidico primo passo che ti porta chissà dove. Ma da qualche parte porterà, questa storia che inizia così, con rivoli di pioggia a scorrerci addosso. In fondo, lo sapevamo. Le previsioni raramente sbagliano il giorno prima. Ma ormai era troppo tardi per tirarsi indietro, troppo tardi per scegliere di non vivere ancora una volta tutto ciò che, prevedibile o no, ci aspettava.

Andiamo?
Andiamo!

“Ti racconto di quella volta quando, con altri 8 amici, partimmo da Colere sapendo che avremmo camminato per tre giorni per tornare, pensa te, al punto di partenza. Ma più ricchi, più vecchi, più stanchi, più felici.”

Bocche aperte dallo sbalordimento.
Esclamazioni di stupore.
Visioni di bellezza tra le gocce di pioggia.
E poi lui, un infinitesimo attimo, una manciata di ore, uno sprazzo di sole nell’unico momento in cui DOVEVA esserci. La Diga del Gleno. Punto focale di un’avventura intera, togliamo i cappucci e ci spogliamo per asciugare pensieri e vestiti. Mai fu così gradita quella luce che viene dall’alto e mai fu più azzeccato il momento, quasi un regalo per la fatica, la caparbietà, la voglia di arrivare nonostante tutto e nessun guado di torrente incazzato ci fermerà se il premio poi, alla fine, è questo.

Con i piedi ancora ghiacciati ed il ricordo delle stringhe degli scarponi al collo, lì dove di solito stanno sciarpe o collanine di perle. Mani sul muschio bagnato, spruzzi d’acqua sulle gambe nude, calze in tasca, già fradice. Gli anziani ci avevano avvisato: “Non passerete quel guado, il torrente è gonfio. Vi conviene tornare indietro e prendete la macchina.”'
“Ma noi abbiamo un anello da chiudere, non possiamo tornare indietro. Si va e si prova. Mal che vada ci daremo per vinti e torneremo, ma non senza aver tentato, prima”.

Avevamo già deciso: indietro solo se costretti. E non sarebbe stato certo un torrente imbizzarrito a fermarci. Ed il sole che sbuca fuori dalle nuvole alle 15 in punto è un segno. E questo vento alto che pulisce tutto. E la cima del Monte Gleno spruzzata di neve fresca. E noi qui, alla diga, a guardare ciò che resta di un umano errore d’altri tempi. Moncone destro e sinistro e noi ci passiamo in mezzo. Un passaggio, appunto. Dalla pioggia al sole. Dalla salita alla discesa. Dalla stanchezza all’entusiasmo. Dall’autunno alla primavera. Siamo passati. Indenni. Umidi, certo, ma siamo passati. Ed i sorrisi che sgocciolano dai nostri volti ne sono la prova.

Via Decia, già t’amo.

La prima notte passa indenne. Una bocchetta sputa fuori dal soffitto aria calda, come se la casa ci respirasse addosso per scaldarci. Ci sentiamo protetti mentre fuori piove, ancora. E ticchetta la pioggia sui tetti e rintocca il campanile della chiesa di Vilminore, una volta, due, tre, perdo il conto ma non importa. Questa giornata è andata e la notte porti solo consiglio e riposo.

Passi e parole, passi e silenzi. Camminiamo uno dopo l’altro, insieme e soli al tempo stesso. Scivoloni sul bagnato, mani sporche di fango, metti il poncho e togli il poncho, copriti e spogliati, caldo e freddo. Cielo plumbeo sopra le nostre teste, alberi ritti al nostro fianco, sentieri puliti e tappeti di foglie. E’ autunno, d’altronde.

Colori.
Odori.
Sapori.

Nell’aria ognuno sente quello che vuole. Ricordi, impressioni, abbagli. Andiamo dietro ad una traccia come animali selvatici nel bosco che ci prende per mano, bollo dopo bollo, segno dopo segno e ci accompagna nella meraviglia di ciò che ci circonda, oggi.

E ritmicamente quel segnale, “La Via Decia”, l’orso stilizzato che ci dice “si, è giusto, siete sulla retta via” nel linguaggio che solo gli orsi della Val Di Scalve e i camminatori sporadici sanno comprendere. Annusiamo l’aria. Di là.

Finiamo sottoterra. Dentro la montagna. In una miniera vecchia di millenni. Si faceva ferro, qui a Schilpario, dai tempi degli uomini che parlavano grugnendo. Temperatura costante, 6 gradi. Freschino, qui dentro. E fiumi sotterranei che ci scorrono a fianco e luci artificiali che si spengono, ad un tratto, mentre una lampada all’acetilene ci mostra la via e come, una volta, si vivevano le ore di buio e scavi, qui dentro.
Piove ancora, là fuori.

Il tavolo dell’ostello. Una partita a scala quaranta. Vino nei bicchieri, è buio, la fuori. Schilpario dorme, in questo sabato sera d’ottobre. Un sassolino, forse pietra di fiume. Liscio da entrambe le parti. Colori disegnano linee e forme e riempiono il grigio per farne tela colorata. Un cuore e due mani che si sfiorano. Chissà in quali altre mani finirà, quel sasso. Si sta bene, da queste parti. Dentro, mentre fuori piove.

“Cosa dicono le previsioni per domani?”
“Nuvoloso, potrebbe piovere verso le 11”
“Meglio così, a quell’ora saremo già a buon punto”

Lasciamo l’ostello, ci incamminiamo nel paese che pian piano si risveglia. Con delicatezza, in fondo è domenica mattina. Un caffè bollente prima di iniziare a camminare sul serio. Incrociamo una signora che ci applaude e ci grida forte, da lacrime agli occhi, “non andate via, Schilpario è bella ed è più bella con voi!” o qualcosa del genere, non ricordo bene, troppo sbalordito da tanto entusiasmo per 9 persone che fanno la cosa più naturale di questo mondo: camminare.

Ci ributtiamo nel bosco, nel dolce abbraccio dei profumi di legna bagnata e muschio e funghi (“è un porcino, quello?” - ”no, non è un porcino” – “ah, ok” per l’ennesima volta in questi tre giorni. Ho visto più non-porcini io che il Creatore in persona, mannaggia!) e le solite erbe spontanee che sgocciolano al nostro passare.

Scendiamo di quota ma non scendiamo di entusiasmo, la valle a volte si apre alla vista, le nuvole a volte si alzano. Meriteremo anche noi di riempirci gli occhi, perdinci. Con moderazione, però, ché non sappiamo se la nostra anima è abbastanza grande da contenere tutta questa bellezza. E sia mai che trabocchi e si perda qualche goccia di meraviglia.

Esagero? Forse. Forse no.

Via Decia, t’amo sempre più.

Un panino consumato appoggiati ad un tavolo di legno sotto l’occhio vigile di una chiesetta, degli alpini, ovviamente. Solo loro possono pensare di costruire una chiesetta qui, dove Dio non sa nemmeno di aver creato questa meraviglia. Foglie secche sul tavolo, alberi a ripararci dalle nuvole. Giallo, marrone, verde. Sfumature, è domenica ed il mondo d’autunno si trucca per la festa. Trucco e parrucco, rossetto e fondotinta, capelli pettinati ed un profumo buono nell’aria.

Si scende veloci nel bosco.
Si scende a valle.
Si attraversa un fiume. Su un ponte, stavolta.
E poi lei.
LA SALITA.
L’ultima della giornata, l’ultima di questi tre giorni.
Maledetta.
Lunga.
Sconnessa.
Inaspettata (o forse no).
Non desiderata.
Calda.
Con l’ennesimo fiume che ci scorre a fianco. La fa facile, lui che scende.
E noi saliamo.
E sudiamo.
E arriviamo all’ultima curva, all’ultima pendenza, quella che sa di scampanio di festa e di lacrime di gioia ributtate in gola.
Per avercela fatta, per essere ritornati lì dove tutto ebbe inizio, due giorni fa. Alle scarpe comode, ai vestiti asciutti, al brindisi finale. Alle gambe stanche. A quel brillio di gioia negli occhi per essere qui. Ai compagni di viaggio. Alla fortuna di poter camminare. Alla fortuna di essere vivi. Alla Val Di Scalve, alle meraviglie di cui abbiamo goduto, a tutti i profumi di cui abbiamo riempito il cuore. A tutti i torrenti e ruscelli e fiumi e rigagnoli che abbiamo guadato e attraversato alla meno peggio. Alla nostra voglia di andare nonostante la pioggia, alla nostra zero voglia di fermarci quando gli anziani del paese ci dicevano “da quel guado non passerete, ha piovuto troppo, il torrente è gonfio. Vi conviene tornare indietro e prendere la macchina.”

Certo, prenderemo la macchina. Oggi. Alla fine del cammino. Per tornare a casa, più stanchi ma più ricchi di prima.

Hai capito perché dovevamo continuare?

 

Se ti è piaciuto questo racconto, potresti pensare di percorrere anche tu La Via Decia. Ti consigliamo una visita al sito ufficiale: https://www.laviadecia.it/


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