La Capanna Gnifetti da Punta Indren sembra dietro l’angolo. Ma ci vuole un po' per arrivarci. In Valsesia niente è scontato, nemmeno il sentiero più battuto. Gambe leste, zaino in spalla, i ramponi riposano in fondo allo zaino. Verrà il loro momento, che non è adesso.

Un mese fa eravamo qui e le rocce erano ancora nascoste dalla neve. L’estate arriva sempre. La neve prima o poi va via. Tranne che più in alto. Dove inizia il regno del ghiaccio. Lì è bianco e perenne, o almeno così sembra.

I crepacci – i crepi, come li chiamano da stè parti – in foto sembrano delle fessure nel muro. Quando ci passi accanto non sembrano più fessure, e si stringono gli occhi per guardarli meglio, nel riverbero del sole sul ghiaccio. E si stringono le chiappe, nel timore di finirci dentro.

La Capanna è in alto, lì dove sai che deve essere. Ma non ti rendi conto di quanto sia in alto finché non ci sbatti contro. L’orologio segna approssimativamente 4.554 metri. Siamo piuttosto in alto, in effetti. Più o meno a metà della quota di crociera di un aereo. Praticamente siamo sospesi tra il mare e la scia di un Boeing 737.

I ramponi sulla neve ghiacciata fanno uno strano rumore. Come se un animale ormai estino mordesse la roccia con denti aguzzi. E tu speri di non finirgli in bocca.

La corda che striscia sulla neve sembra un serpente sinuoso ma ubriaco. Va sempre dritto davanti a te, senza fare curve, portato dal vento e dal sentimento. E tu gli vai dietro, stando attento a non calpestargli la coda. Ma a volte capita, e scopri che l’animale che si infastidisce è il compagno che ti sta davanti o che ti segue da dietro. A volte capita. “Scusa, non succederà più.” Fino al prossimo passo troppo veloce.

Alla Capanna Gnifetti di notte fa caldo. Ci sono decine e decine di persone che respirano l’aria sottile dei 3.647 metri. Avevano detto che non avremmo dormito. Abbiamo dormito alla bell’e meglio. Il cuscino era sbavato, al mattino, segno che un po’ di sonno, da queste parti, l’abbiamo abbracciato.

La sveglia delle 3.30 ha un sapore strano. A metà tra l’eccitazione della notte di Natale quando avevamo 7 anni e l’agitazione della notte prima degli esami quando ne avevamo 18. Da qualsiasi parte la guardi, sempre le 3.30 rimangono. E fa freddo, e fa buio, e la gente si muove tra i corridoi come cercando di non farsi notare. Scorrono le fettucce degli imbraghi, si chiudono le zip dei gusci, le ciabatte tornano nelle rastrelliere e gli scarponi tornano a sentirsi utili.

Il thè della Gnifetti è caldo. E rimane tale, nella borraccia termica, anche dopo 10 ore. Quando non ne puoi più di questa discesa e tutto ciò che vuoi è una doccia calda ed il silenzio di casa tua. Il thè della Gnifetti è consolatorio, nel regno dei ghiacci, un calore che resiste all’inverno secolare.

La birra della Capanna Margherita dovrebbe essere buona. Ma io non lo posso assicurare. Di sicuro il vino rosso lo è, altrimenti non mi spiego i 2 – forse 3 – bicchieri che le guide tracannano non appena arriviamo. E’ di un’altra pasta, questa gente qua. Chapeau. Vino rosso e sigaretta. E la Capanna è servita. Ancora una volta.

I timori e le paure delle settimane rime non passano se non quando inizi a mordere il ghiacciaio del Lys. Anche se ti guardi attorno e a sinistra hai crepacci che fanno paura. Ci giriamo attorno, a destra dovremmo avere la Piramide Vincent. Non la vediamo. È ancora buio, la luce della frontale non arriva in cima, oggi non ci arriveremo nemmeno noi. Oggi il sentiero è un altro.

Le lucette delle frontali delle cordate dietro di noi sembrano comporre strani disegni sul ghiaccio. Qualcuno ci vede un serpente, qualcuno un’aquila, qualcuno una salamandra. Qualcuno non ci vede niente, gli occhi ancora socchiusi dal sonno e dal vento.

I metri di dislivello dalla Gnifetti alla Margherita sono 909. L’orologio a fine giornata ne segna 1.100. Chissà come ne abbiamo fatti di più. D’altronde noi siamo quelli che per meno di 1.000 metri non allacciano gli scarponi. Tutto torna.

La Capanna Margherita è grandissima. E’ alta, nera, imponente. E’ fatta per farti sentire piccolo ed indifeso. Ma ti accoglie a braccia aperte appena sali i gradini metallici ed apri la porta. Il profumo del legno, di pizza, l’odore di sudore, di indumenti bagnati, di storia: questo è il profumo della Capanna Margherita.

Soffia forte il vento, oggi, quassù. Un vento forte che sposta le nuvole una appresso all’altra, senza lasciare spazio al cielo estivo. Fioca la luce che trapela dalle nuvole, tracce accennate da chi è passato prima di noi pronte a nascondersi sotto la neve fresca che continua a cadere. “Verso le 9.30 si apre”, dice qualcuno. “Sono le 9.30, non si apre un bel niente”, dice qualcun altro.

Quando ti svegli alle 3.30 e per 4 ore non fai altro che camminare in una tazza di latte denso, perdi la cognizione del tempo e dello spazio. Alle 10 hai fame come se fosse mezzogiorno. A mezzogiorno sei già pronto per il thè delle cinque. Alle cinque stai già salendo in auto. Quando ti svegli alle 3.30sei avanti di 4 ore rispetto al resto del mondo. E la giornata è lunga, finché non finisce.

A 4.554 metri le nuvole nascondono tutto. Dai 3.647 metri di partenza avremmo visto, in ordine: Ghiacciaio del Lys, Piramide Vincent, Il Cristo delle Vette, il Corno Nero, il Naso del Liskamm, il Liskamm senza Naso. Il Colle del Lys, la Ludwigshöhe o Corno di Ludovico, la Punta Parrot, il Colle Sesia, la Punta Zumstein. Dai 3.647 ai 4.554 metri non abbiamo visto niente. E’ così, d’inverno da queste parti con le nuvole basse. Qualcuno però spieghi a Qualcun Altro che è il 14 luglio, oggi, e un po’ di sole, andando in su, magari ce lo meritavamo. Pazienza, sarà per un’altra volta.

Era il 21 maggio 2021. Iniziavamo a camminare spavaldi sul Sentiero degli Stradini, a qualche chilometro da casa, senza quasi nemmeno saperci allacciare gli scarponi o tenere in mano i bastoncini. Ma alla fine di quella giornata sapevamo bene che qualcosa di grande era successo.
E alla fine di questa giornata, quassù a 4.554 metri sul livello del mare, qualcosa di grande è successo ancora.

Scendendo dalla Capanna Margherita non ci sentiamo diversi. Non è cambiato niente, mi sa, rispetto a quando siamo partiti. Siamo solo più stanchi, più sudati, più bassi di quota.
Scendendo dalla Capanna Margherita non ci sentiamo uguali. E’ cambiato tutto, mi sa, rispetto a quando siamo partiti. Siamo molto più felici, più soddisfatti, più uniti, più alti d’orgoglio.
Scendendo dalla Capanna Margherita finalmente vediamo la Vincent. Almeno quella, graziaddio. Almeno quella.

Quando arrivi alla Capanna Margherita, dopo che hai camminato per ore nel biancolatte della neve e del vento, ti viene da piangere. Di gioia. Di stanchezza. Di soddisfazione. Di incredulità. Ma devi avere a fianco qualcuno pronto a raccoglierle, quelle lacrime. Altrimenti ti ritrovi da solo ad ingoiare una per una quelle lacrime. Ho pianto, certo che ho pianto. Singhiozzando come un bambino che non capisce perché sta piangendo. Ed avevo una spalla su cui farlo. Ed avevo uno strapiombo lattiginoso di mille metri a portata di sguardo. Ma avevo una spalla a sostenermi, a togliermi quel senso di vertigine che altrimenti non avrei potuto ingoiare. Inutile tenerle dentro, quelle lacrime. Tanto vale lasciarle andare, lassù, a 4.554 metri sul livello del mare.

Quando scendi dalla Capanna Margherita ti senti invincibile, nemmeno avessi scalato l’Everest a piedi nudi. E’ una sensazione strana che va ascoltata. Coccolata. Lasciata fluire nelle neve e nelle sinapsi del cervello. Mentalizzata. Interiorizzata. E ci vuole tempo. E non basta il tempo della discesa, mentre il sole decide, a 3.600 metri, di tornare a splendere. Come un sipario che si apre su un sogno che rimane tale finché non ti guardi piedi e vedi ancora i ramponi ben allacciati, la corda ancora stretta nella mano che quasi inizia a bruciare, la voglia di slegarti per tornare libero e correre sulla neve come un bambino alla fine di una giornata di scuola.

Quando scendi dalla Margherita ci vorresti tornare.
Fosse anche soltanto per vedere come splende, il sole, lassù, a 4.554 metri sul livello del mare.
E ci torneremo.
Oh si, puoi giurarci che ci torneremo.
E la prossima volta porteremo anche il sole. Forse.

 

Ringraziamenti
Senza Giorgio tutto questo non sarebbe mai successo. La lucida follia, l’idea nascosta che nessuno aveva il coraggio di tirare fuori. “Potremmo salire alla Capanna Margherita”.
Senza le nostre Guide Cristian e Giovanni non ce l’avremmo mai fatta. Troppi i crepacci, indistinguibili le tracce, scoraggianti le nuvole basse, fioche le luce delle frontali. Siamo venuti dietro alle vostre corde, alle vostre risate, alle vostre battute, ai vostri “alé alé!”. Ed in quattro ore scarse eravamo su.
Senza i 9 compagni di viaggio non ce l’avrei mai fatta. Non un lamento, non un sospiro, non un respiro fuori posto, non un boccone d’ansia. Fatica, si, tanta. Come è giusto che sia. Ma abbiamo anche saputo ridere e sorridere del momento. E in quattro ore scarse eravamo su.
Senza le migliaia di chilometri che abbiamo mangiato sui sentieri di mezzo nord Italia non avremmo mai avuto le gambe ed il fiato giusto per arrivare quassù. E quelle migliaia di chilometri le abbiamo camminato insieme. Ore, ore, ore intere a camminare, sotto il sole, la pioggia, la neve, la grandine. Ed oggi, in quattro ore scarse eravamo su.
Senza la voglia di andare non ce l’avremmo mai fatta.
Senza la voglia di vivere non avremmo mai sfidato la sorte.
Senza la voglia di Margherita non avremmo mai rinunciato al livello del mare.
Senza di voi, in quelle quattro ore scarse, non saremmo mai arrivati su.
Grazie alle guide Cristian e Giovanni, a Silvia, Martino, Oana, Florian, Ciprian, Antonio, Marta, Fabrizio, Davide. E’ stato un onore ed un piacere calpestare il tavolato di legno del balcone più alto d’Europa.


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