Non so tu, ma io ricordo bene quel silenzio nella chiesetta della Madonna della Neve, lì dove siamo arrivati dopo un pomeriggio di cammino, di stanchezza, di sudore gelato dal freddo sulla schiena ricoperta da uno zaino, come al solito, troppo grande e troppo pesante. Quel silenzio tra quattro semplici mura, un Cristo in croce che se ne frega del freddo e della neve lì fuori, una Madonna dipinta dietro l’altare, banchi vuoti come se la Messa fosse appena finita e la chiesa conservasse, ancora per un po’, il calore delle preghiere e delle speranze di ognuno di noi.

Non so tu, ma io ricordo bene il momento in cui ci siamo rivisti, dopo mesi che sembrano una settimana o dopo una settimana che sembrano mesi, ancora con la stessa voglia di camminare insieme verso dove non si sa, una traccia di sentiero, qualche segno sulle rocce, rami spezzati dal peso della neve, un abbraccio a lungo negato, a lungo desiderato o forse a lungo non voluto. Ma i cerchi, come gli anelli, prima o poi si chiudono, e su questo non ci piove e non ci nevica.

Non so tu, ma io ricordo bene la fatica di tirar fuori il piede da mezzo metro di neve dopo la fatica di infilare il piede in mezzo metro di neve. Quella stessa neve che è gioia e delizia per i bambini e che, in poco tempo e dopo pochi passi, diventa una sfida con se stessi, un nemico da sconfiggere per arrivare lì, a quel Lago di Sasso che poi, alla fine, altro non è che una distesa di neve indistinguibile dal resto. Ma poco importa. Ci siamo arrivati, noi. E ad un altro lago sono arrivati anche quelli che, guardandosi dentro, hanno visto acque chete e limpide senza dover, o voler, fare una fatica che non era cosa. Riconosci i tuoi limiti. Comprendili. Coccolali. Un’altra volta li supererai. Non si nasce pronti a, e per, tutto.

Non so tu, ma io ricordo bene il silenzio del mondo fuori dal rifugio, così come ricordo bene il profumo del buon cibo preparato con amore e per amore, “verso l’alto e verso l’altro”, una frase che, Dio mio, ha una potenza pazzesca che commuove, a pensarci bene. Il buon cibo che è ristoro ed amore, un tetto che è rifugio ed è casa, volontari che sono amici e famiglia.

Non so tu, ma io ricordo bene la vallata imbiancata ed innevata e una sottile striscia più scura che è la traccia di chi va e di chi viene, perché a casa si va sempre e da casa si va via, prima o poi. Perché Casa è più in basso, perché Casa è più dentro. Una vallata rischiarata da una luna che forse era piena o forse no, ma grande abbastanza per illuminare passi, pensieri e sentieri senza bisogno di nessun’altra luce che la sua. Cumuli di neve come profitterol di panna montata che viene voglia di buttarcisi sopra prima di ricordarci che, lì sotto, c’è pietra e roccia. E allora solo una carezza. Un cuore disegnato sul profitterol con i bastoncini. Una nevicata notturna che quel cuore, lo sai, l’ha già cancellato via.

Non so tu, ma io ricordo bene le note di quella chitarra e le voci dei bambini a cantare una canzone imparata a memoria, in una lingua che la nostra non è, che non bastava commuoversi senza capire, no. C’è la traduzione. C’è il caro vecchio italiano, che tutti capiscono, e tutti entrano dentro sé. E se una lacrima non t’è uscita dagli occhi, non è per forza, ma per durezza o incomprensione.

Non so tu ma io ci tornerei, in quella casa e a quella famiglia. A quella chiesa, a quella Madonna, a quella neve. A quella valle, a quel lago, a quella stanza, a quel piatto di polenta, a quel vino, a quei momenti.

Non so tu, ma io ci tornerò. E si, te lo chiedo: vuoi tornarci con me?


Le foto più belle della giornata


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