Ti abbiamo salutato, estate duemilaventidue, brindando alla tua salute con del vino rosso, bicchieri alzati al soffitto di un rifugio, facce stanche ma felici, nei piedi ancora i passi che a migliaia, o a milioni se ci mettiamo tutti insieme, abbiamo sparpagliato in giro per monti, quest’estate. Decine di sentieri seguiti, migliaia di impronte lasciate, mollichine di ricordi e pensieri abbandonati lungo la strada che tanto, lo sappiamo bene, arriverà l’inverno, la pioggia e la neve che tutto coprirà e tutto tornerà pulito ed immacolato ancora.
Ti abbiamo salutato, estate duemilaventidue, raccontandoci cosa abbiamo fatto e cosa ci è rimasto dentro, quanta vita abbiamo inspirato ed espirato durante cammini e viaggi, quante stelle in cielo siamo riusciti a contare prima di andare a dormire su un letto a castello di un rifugio sperduto, chissà dove, nel nulla di una montagna che pare immobile ed immutabile, ma che lo è meno di quanto sembri.
Ti abbiamo salutato, estate duemilaventidue, al ritmo di forchettate di polenta e costine e gorgonzola e gulash, bocche affamate di cibo ed occhi affamati di vita. Ricordi e progetti, racconti ed ascolti, parole e gesti che dicono tutto e non dicono niente ma va bene così.
Ti abbiamo salutato, estate duemilaventidue, sotto un cielo di stelle che si scopre pian piano dalle nuvole come un segreto sussurrato all’orecchio da un amico fidato. Non è certo un po’ di pioggia che ci spaventa, più spaventoso sarebbe sapere che dietro le nuvole non c’è niente. Invece no: s’alzano le nuvole al cielo, s’abbassa la nebbia al fondovalle e noi lì, nel mezzo, a mille e passa metri di lontananza dalle strade conosciute, in mezzo a boschi e cinghiali, a gocce d’acqua che sgocciolano dagli alberi, sassi bagnati e scivolosi, panche e tavoli umidi, stelle sopra, lago sotto, qualche fuoco d’artificio in lontananza ci ricorda che siamo qui, per l’appunto, a salutare l’estate.
Ti abbiamo salutato, estate duemilaventidue, con una passeggiata sudata dall’afa estiva e un cielo che promette male, che si sfoga a 200 metri dal rifugio che io dico, ma porcogiuda, non potevi aspettare cinque minuti ormai prima di aprirti? Chissenefrega, i vestiti si cambiano e si asciugano, i bicchieri si riempiono, le gambe si rilassano, i brindisi arrivano e arrivano altri amici, cala la notte, si spegne il mondo, il silenzio dei monti ci avvolge discreto, si accendono le lampade, si inizia a camminare per tornare a casa. Che poi non è abbiamo tutta stà voglia, a dir la verità. Lo intuisci da come camminiamo, come fossimo sul bagnasciuga al mare o per sentieri di montagna all’inizio delle vacanze estive. Passi lenti, quasi ragionati, parole e silenzi, ombre nella notte, fruscìo di giacche a vento e tintinnare di ninnoli appesi agli zaini a ricordare qualcosa che è stato e che non è più.
Ti abbiamo salutato, estate duemilaventidue, una musica in testa e due lacrime di nostalgia giù dagli occhi e quel silenzio che ad un certo punto ci accompagna, quello bello degli amici che non hanno bisogno di parlare per stare bene, quel silenzio che non imbarazza e non spaventa, quel silenzio che unisce i pensieri solo a sapere cosa ti passa per la testa, mentre te ne stai in silenzio e butti avanti un passo dopo l’altro con destinazione casa.
Ti abbiamo salutato, estate duemilaventidue, in un saluto che forse è stato troppo breve per raccontarsi tutto ma è bastato guardarsi per un po’ negli occhi per dirsi quello che, di più importante, c’era da dire: che siamo qua, ci siamo ancora, il desiderio di andare avanti nella vita, verso altre montagne e vallate, verso l’autunno e poi l’inverno, verso tramonti più frettolosi, giacche più pesanti, mani più fredde ma il cuore più caldo, la voglia più voglia di stare insieme. Ancora.