Portami in montagna, lì dove le stelle sono più vicine, dove la notte è più fredda, dove l’aria è più pulita ed i pensieri più lenti. Portami lì dove la mente si ferma, dove il cuore batte piano, dove il respiro diventa vapore, dove una luce frontale diventa lampione e le falene ci volano vicino.
Portami in montagna, fammi camminare, fammi stancare, fammi sudare, non farmi pensare, voglio solo andare, voglio una meta che sia un passaggio, voglio stare bene, voglio stare insieme.
“Portami in montagna. Per favore.”
Solo questo ti chiederei.
E tu mi ci hai portato. Mi hai dato un tetto sopra la testa per la notte, un tetto che è un velo ma che sembra cemento armato tanto bene ci sto dentro, mi hai dato una frontale appesa ad un gancetto che ha fatto luce per il tempo necessario a rendermi conto che no, quella notte di luce non ne avevo bisogno.
Una foto, ed una soltanto, rimane impressa a ricordare la meraviglia di un’esperienza che diventa ricordo ed un ricordo che profuma di vita. La notte è buia, là fuori, un orologio non si spegne e fioca trasuda la luce del quadrante che segna un’ora, e poi un’altra ed un’altra ancora finchè la notte non cede il passo al mattino, il buio diventa alba, un giorno rimane indietro, lì, appeso ad un muro come un quadro bello. Magari un po’ storto ma chissenefrega, un altro giorno si affaccia alla lampo della tenda aprendola con quel suono che sa di avventura, di sereno, di un’altra bellezza messa al sicuro.
“C’era una volta, c’era una notte, c’era una voglia di stare bene così forte che, alla fine, quella volta, quella notte, quella voglia è diventata realtà.”
Volevamo tornare a casa, ed a casa siamo tornati, in quel rifugio incontrato per caso, suggerito per caso, messo lì, per caso, sul nostro sentiero, talmente per caso che alla fine è diventato casa. Volevamo bere ed arrivarci assetati, volevamo il sole e siamo stati accontentati, volevamo un sapore buono in bocca ed essere felici, siamo partiti insieme, ci siamo divisi lungo il cammino, qualcuno avanti e qualcuno indietro, una salita troppo irta, una discesa troppo scoscesa, una chiesa dipinta sullo sfondo del cielo e delle montagne ad indicare la via, un sentiero appiccicoso del fango e della brina della mattina, le scarpe si sporcano, gli zaini pesano, le nuvole passano e le tende salgono da sole, svolazzando in seggiovia, verso lì dove ci troveremo e faremo casa, stanotte.
Ci aspettano mani da stringere, sguardi da scambiare, brindisi da fare, amici da salutare, e le tende da montare, un accampamento da preparare, un altro giorno da aspettare, tutti insieme, seduti al tavolo a mangiare mentre fuori diventa notte, il mondo pian piano si spegne, le stelle e la luna pian piano si accendono, i corpi si rilassano e i rumori della sera diventano sommessi respiri che sanno di buono.
S’alza l’alba, sembra di sentire un pianoforte e note dolci accompagnare il sole che colora il mondo al ritmo di sbadigli, le ossa scricchiolano del freddo passato, muscoli rigidi e torta di mele e cioccolato e caffè e thè e cappuccino per la colazione dei viaggiatori, direzione lago, facciamo due passi, facciamo che ci rilassiamo un po’, oggi niente cime, è domenica, è il giorno del Signore, e se si è riposato Lui potremo ben farlo anche noi.
Erba umida dalla notte prima, chete acque fredde alpine, muragli di roccia a far l’occhiolino, riposo e parole, non è stanchezza ma è sospensione di pensieri, ancora, perché si sta bene, qui sull’erba umida della notte prima.
Il resto è una mamma, che potrebbe essere la tua, che chiama perché il pranzo è pronto, una corsa verso casa, una salita scema che diventa infinita, un’ultima curva ed eccolo lì, ancora, il rifugio ed il profumo di buono e i sorrisi belli di chi vuole stare bene, con noi, con voi, con il mondo intero.
E’ sacrificio.
E’ fatica.
E’ dura, da queste parti.
Ma è amore.
E’ bellezza.
E’ gioia.
E’ vita.
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