Come in una sfera di cristallo, come una predizione, come un sogno premonitore, tu l’avevi detto. Dipinto a pennellate grosse ma precise, un acquerello così esatto che pareva ci saresti stato anche tu, lì, qualche giorno dopo.
“Con sei amici, seduti vicino alla finestra, fuori piove, stufa accesa, vinello che scalda.”
C’era tutto, quella sera, al rifugio. Tutto. Gli amici, la pioggia a ticchettare sui vetri, la stufa accesa, il vinello nei bicchieri e nel boccale. Tutto.
Tic-tic, lampi e tuoni lì fuori ma noi non avevamo paura, neanche al pensiero di essere, quella notte, in mezzo al nulla, a 1.800 metri, sotto due tetti aguzzi e bianchi e bagnati, quella sera, angoli acuti puntati al cielo e a quelle nuvole che, dalla mattina, proprio non volevano saperne di lasciarci respirare un po’ di cielo azzurro e di sole.
Ciuffi di erba umida nelle mani mentre scalavamo l’Orscellera: un fuori programma deciso all’ultimo, si doveva salire dal vallone ma voi eravate troppo forti e le vostre gambe erano troppo cocciute nel voler arrampicare quel crinale che un pensiero, poi idea, poi diventa certezza che ce l’avremmo fatta, anche stavolta, perché non eravamo da meno di quegli 11 che, due anni e una settimana fa, l’Orscellera l’avevano aggredita a morsi e vinta, fino all’ultimo metro di salita.
Poco panorama, anzi niente. Il Campelli nascosto da nuvole troppo basse a mulinare sulla cresta, nuvole che salgono da ovest per disperdersi ad est con l’unica missione, quel giorno, di nasconderci la vista del mondo intorno. Pazienza. Si va avanti. Si vede il compagno davanti, si sente il compagno dietro. Qualcuno ti morde i talloni, senti che c’è, senti di dover andare avanti. Nuvole che nascondono il vallone lì in fondo, quello che dovevamo fare prima di quell’idea, nostalgica quanto azzardata, di ripercorrere esattamente gli stessi passi di due anni fa. Well done, baby. Siamo in cima, anche stavolta. E quello che vedi, lì davanti a te, è il Sentiero degli Stradini che ci porterà in quella che, per una notte e un giorno, sarà casa.
Niente rocce sopra di noi, oggi. Nuvole basse a nascondere tutto. Peccato. Ma anche no. L’avevamo già visto il Campelli torreggiare su di noi. E chi non l’ha visto, quel giorno, ci tornerà. Non è una minaccia. È una promessa. Perché va assaporato il piatto completo, non solo il dolce del rifugio che per una notte sarà casa, non solo quella gran piramide che è il Sodadura, non solo quella bandiera al vento che non si decide a prendere una direzione precisa.
Un gruppo si stacca per tornare al basso, saluti baci e abbracci. Grazie. DI esserci stati, di essere stati con noi, di averci accompagnati a questa notte.
A questi vetri bagnati dalla pioggia, alla stufa accesa, al vinello che scalda.
Notte lunga, stufa che crepita e scalda insieme al vino e alla genziana che porta ricordi di un’estate fa. Un salone ormai vuoto, luci spente, solo il rossastro bagliore del fuoco. A vederla da fuori, quella scena, sarebbe stata bizzarra. Notte fonda. Ombre nella notte, pioggia che bagna e che lava ed inzuppa sogni e pensieri ed occhi chiusi.
Avanti il prossimo, s’alza il giorno, la bandiera un po’ più stanca del giorno prima dopo tanto svolazzare, sole che timido pare voler scaldare ed asciugare il mondo, i monti a noi familiari a far da sfondo all’alba che alba non è più, in verità. Una tazza di thè caldo, gli occhi stropicciati dal sonno, il sentiero così chiaro davanti che è impossibile perderlo, una Madonna a guardare in basso, verso i Piani di Artavaggio, dando le spalle all’altra Madonna, quella del Pizzo Baciamorti che, per nulla offesa, guarda alla Val Taleggio e alle spalle della prima. “Non preoccuparti, ci sono io qui dietro, ti proteggo io”, pare voler dire. In mezzo un saliscendi che scalda muscoli e risveglia pensieri e ricordi, più volte siamo passati da qui e più volte con altro animo, altro spirito, altra voglia di andare e andare che tanto poi, alla fine, sempre a casa torneremo.
Riprende la pioggia che diventa grandine che cade sui tavoli e scende dal tetto e si accumula per terra a voler scimmiottare la neve che ormai, mi spiace, qui è solo ricordo.
Naso appicciato ai vetri a scrutare il cielo, ad aspettare l’ultimo tuono che s’allontana e la grandine che torna pioggia e poi rallenta fino a fermarsi e diventare niente, tornare gocce che scivolano lente dalle foglie degli alberi e dai cespugli che ci passi a fianco e ti trovi, dopo un po’, con la manica della giacca inzuppata. Solo la destra, però, vai a capire perché. La forza di gravità che spinge al basso. Ecco cos’è, ecco perché.
Due ore dicono, per tornare in paese. Un’ora e mezza scarsa, ci hai messo. Una corsa sfrenata verso casa, lo zaino pesante che sbatte contro la schiena, passi sicuri e veloci tra rocce bagnate e radici insidiose. Una volta appoggi la mano per terra, fango sotto le unghie, alberi che si scrollano di dosso un ricordo di pioggia, ti sciacqui le mani ad un ruscello appena nato, rimane ancora un po’ di fango sotto le unghie ma in fondo, chissenefrega.
C’è un bar di paese che è una seconda casa da quante volte l’hai bevuto, c’è una birra fredda e un brindisi da fare, l’ennesimo, l’ultimo, prima di tornare a casa. Prima di tornare.
C’era tutto, quei due giorni. Tutto.
Eravamo pochi ma eravamo quelli giusti. Eravamo quelli che dovevano esserci.
Buon compleanno Compagnia, buon compleanno a noi, buon compimento di tutti i sogni che riusciremo a fare.
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