'Questa è una storia
Da raccontare
Può andare bene
Può andare male
Ma non si sa
Qual è il finale
Bisogna andare
Comunque andare
A camminare
Sulla terrazza
Con vista mondo
Dove ogni alba
È anche un tramonto…”
Non sono – ovviamente - parole mie. Ma ad averci pensato prima, si, avrei potuto scriverle anche io. Forse.
E questa è una storia da raccontare, perché certe storie vanno raccontate, se non si riesce a viverle direttamente. Una storia che parla di un funghetto di legno facente funzione di schiaccianoci, scolpito da mani sapienti di un artista senza nome, trovato ed acquistato per caso su una panchina sotto il Sassolungo, alla fine del giro del primo giorno. Un giro che inizia con quella solita salita verso il rifugio Demetz, a -2.685 metri dalla volta celeste rispetto alla terraferma, una salita che toglie il fiato ad ogni passo, le gambe ancora un po’ addormentate dalla notte appena passata ma la testa ben sveglia e sgombra di pensieri, piena di roccia che ti si scaraventa addosso pur stando ferma ed immobile, un’illusione ottica ben riuscita della Natura, sai di essere piccolo, molto piccolo, ma è ben che ogni tanto, guardando con il naso all’insù, muri di roccia grigia pronti a colorarsi all’alba e al tramonto, ecco, ricordatelo, di quanto sei piccolo e quanto sei niente, nell’universo creato.
La storia passa dal rifugio Vicenza, finestre colorate di verde, il resto pietra, risalta discreto tra Sassolungo e Sassopiatto, una vena pulsante di vita nel cuore delle Dolomiti. Una pausa, un ristoro, una birra fresca e si continua verso il Comici, inizia a piovere ma non te ne curi, qualche goccia non fa male, innaffia la pelle, è pur sempre agosto e fa caldo, vabbè, mettiamo il guscio che diventa troppa, quest’acqua, gradini di pietra scivolosi, occhio a dove metti i piedi, le pareti del Sassolungo ogni tanto offrono riparo, non è pioggia dal cielo quella che ci bagna ma acqua che cola e trasuda dalla pietra, una grotta naturale offre riparo mentre voi giocate come bambini a farvi le foto sull’unico nevaio residuo di quest’estate torrida che volge al termine.
Pranzo, caffè, ci si rimette in marcia per tornare alle macchine. Il sole spunta tra le nuvole, le nuvole che giocano con le montagne, ombre riflesse tra fessure fisse a creare forme di roccia e vento. Arriviamo giù a quella panchina sotto il sole, un funghetto schiaccianoci di legno scolpito, offerta libera, 5 euro, 5 denari per un po’ di felicità. Non la mia, ma di qualcuno che sicuramente ne merita di più. E’ stato un piacere regalartelo, ed è stato bello vedere il sorriso delle bambine a cui l’hai regalato.
Cala la sera sui bicchieri di birra, sui calici di vino, sui piatti ricchi di calorie che bisogna recuperare, sul grappino della buonanotte. Cala la notte sul Pordoi, sul silenzio che avvolge il passo e il Col Di Lana, trapunte invernali su corpi stanchi e impigiamati, calano le palpebre, si chiudono gli occhi, la giornata è andata.
“…sulla terrazza
Con vista mondo
Dove ogni alba
È anche un tramonto…” recitava la canzone.
Inizia un altro giorno, è la volta del Piz Boè e la Capanna Fassa, 3.152 metri di elevazione al cielo, passando per il Rifugio Forcella Pordoi, quello che dal piazzale del passo lo vedi così piccolo, alla fine di decine di tornanti di pietra e sassolini stronzi che un passo ne fai e due ne perdi all’indietro, tornanti stretti tra muri di roccia, il tetto del rifugio che appare e scompare beffardo lassù, pare si arrivi e invece no, di sudore bisogna ancora spurgarne un po’, le gambe devono ancora macinare un po’ di stanchezza, che tanto quando arrivi sei ancora solo a metà dell’opera, il Boè è lì che ti guarda in faccia e ti sfida a prenderlo e noi ci proviamo, allora. E ci riusciamo. E mano nella mano con la roccia, nell’ultimo tratto tra funi metalliche e rocce accarezzate da migliaia di dita, qualche piccola deviazione per rendere la cosa più interessante, l’aria è più fresca, il sole più caldo, le nuvole più vicine, il mondo più lontano. Paesaggio lunare, sorrisi soddisfatti, strette di mano ed abbracci, complimenti e corvi neri, nuvole e croci di vetta, profumo di strudel e sapore di birra, giusto il tempo di qualche foto, un po’ di meritato riposo e si riparte per tornare giù, ché nel pomeriggio danno pioggia e noi ci siamo già innaffiati ieri. Grazie ma oggi anche no.
I tornanti in discesa dalla Forcella al passo corrono veloci, le curve si tagliano, i sassi rotolano fuori sentiero, i sorrisi si aprono, sembriamo bambini che corrono nei prati salvo che qui, se cadi, avrai tanti baci affilati e polverosi che forse, anche qui, grazie ma oggi anche no. Tornare bambini, tornare felici, tornare a casa.
Ecco, è questa la sensazione, qui sul Pordoi: il ritorno a casa dopo mesi di assenza, il profumo della buona cucina di mamma, il sole “in terrazza con vista mondo”, pelle nuda al sole di fine giornata che accarezza e non morde, una bottiglia di vino bianco stappata senza pensieri, i calici puliti attraverso cui guardare pareti di roccia che ormai, dopo averle domate, non fanno neanche più così paura.
Cala la sera sui bicchieri di birra, sui calici di vino, sui piatti ricchi di calorie che bisogna recuperare, sul grappino della buonanotte. Cala la notte sul Pordoi, sul silenzio che avvolge il passo e il Col Di Lana, trapunte invernali su corpi stanchi e impigiamati, calano le palpebre, si chiudono gli occhi, un’altra giornata è andata.
E qui viene il bello, la promessa della Felicità con la maiuscola, quell’alba sulle Dolomiti che poche volte nella vita, a meno di non lavorare in rifugio, capita di vivere.
Sveglia alle 4 del mattino, in macchina alle 4.30. Tornanti a scendere pennellati con sapienza, fari nella notte, presto che l’alba incombe, la funivia ci dà uno strappo all’insù, fuori è buio e non si vede niente, non sappiamo dove stiamo andando.
Il Catinaccio che inizia a svelarsi e spogliarsi dalla notte, il sole che lento, lento, lento sale all’orizzonte, ogni minuto lo gusti, Marco Paolini nel frattempo inizia a regalarsi a noi, voce profonda e ammaliante, una storia di guerra e passione, la chitarra di Alberto Ziliotto a fare da tappeto musicale a questo e lacrime che spontanee scendono a vedere il mondo che si risveglia, piano piano, mano nella mano con quel sole che inizia a splendere nel cielo, “un lungo emozionante applauso sul saluto di Paolini/Meneghello con la domanda rivolta ad ogni coscienza “Dov'eri al tempo dei doveri?”, allora come oggi, e sempre.” Tra virgolette perché questa non è mia.
Finisce lo spettacolo, finiscono le lacrime, si stiracchiano le gambe, si spalancano gli occhi sulla valle abbracciata dal Catinaccio, dalle Torri del Vajolet, il pranzo al Rifugio Preuss a 2.243 metri costruito da quel Diavolo delle Dolomiti che di nome faceva Tita Piaz, canederli e uova e affettati e birra
“Sulla terrazza
Con vista mondo
Dove ogni alba
È anche un tramonto…”
Arriva il momento che nessuno di noi vorrebbe, in una giornata come questa. Il ritorno alle auto, un ultimo saluto stanco alla Meraviglia, la funivia ci porta giù, il cielo si allontana veloce e veloce si avvicina la valle. I saluti. Le strette di mano. Gli abbracci. I ringraziamenti. La stanchezza. Casa. Doccia. Letto. Notte.
'Questa è una storia
Da raccontare
Può andare bene
Può andare male
Ma non si sa
Qual è il finale
Bisogna andare
Comunque andare
A camminare
Sulla terrazza
Con vista mondo
Dove ogni alba
È anche un tramonto…”








