E alla fine arrivò, quella pioggia tanto attesa e rimandata per tutta la giornata, preannunciata, scongiurata, sentita in lontananza con forma di borbottii e tuoni sopra le nostre teste ormai al sicuro nel bosco, protetti da foglie che iniziano a gocciolare finchè, a cielo aperto, gocce grosse e pesanti si abbattono su di noi. Sulle cerate e sui gusci, sugli zaini e sulle mani nude, su caviglie scoperte e scarponi fradici e punte di bastoni ad infilzare rivoli d’acqua ed erba zuppa, terra che sprofonda ad ogni passo che ci allontana dal su per avvicinarci al giù.

Fino all’ultimo sperammo di uscire indenni da questa pioggia divina ed incazzata ma niente da fare. Qualcuno aveva deciso che la doccia finale a lavar sudore e stanchezza, ma mica tanto, andava fatta. Pazienza.

Ma prima.
Nelle ore e nei chilometri precedenti.
Una giornata perfetta.
Piedi e gambe allenati e desiderosi di andare.
Menti sgombre e concentrate solo sul salire.
Sorrisi larghi e laghi ridenti.
Acqua. Ad ogni piè sospinto.
Acqua in ogni dove.  Laghi laghetti ruscelli rivoli.
Presenza umana non fastidiosa, sia in forma d’essere vivente che di opere murarie.
Sapevamo di dover ringraziare anche l’uomo, per questi cinque laghi, per queste cinque meraviglie. E l’abbiamo fatto. Perché quando uomo e natura si incontrano e camminano a braccetto, pare ne escano grandi idee e grandi cose.
E così è stato, qui ed ora.

Cinque laghi che sembrano sei, una cima che diventano due, una valle che rimane una, una Madonna appollaiata in cima che diventano mille per raggiungerla. Creste dritte come pelle d’oca per raggiungerla, questa Madonna del Madonnino che è un miraggio alla fine della salita. Due valli a perdita d’occhio, luoghi noti e conosciuti e camminati da una parte e dall’altra e noi lì, in mezzo, ritti e fieri e soddisfatti per avercela fatta, ancora una volta, ancora tutti insieme. Nessuno rimane indietro. Siamo tutti in cima.

E i cinque laghi sotto, sornioni, placidi, qualche brezza d’aria montana ogni tanto ad incresparne la superficie, un tuffo, poi due e tre e quattro a bucare di prepotenza e di voglia di rinfresco, un sole che asciuga in fretta, un panino che scende bene ed una birra che rinfranca in quattro sorsi.

Sucotto Cernello Campelli Aviasco Nero. Nomi come una litania ripetuti cento volte in questa giornata perfetta, nomi difficili da ricordare per chi non ha studiato ma luoghi così facili da tenere a mente per chi li ha vissuti. Si sale e si scende, si cammina e si riposa, scale e scalette scavate nella roccia, qualche catena a tener ferma la montagna, ci si perde e ci si ritrova sul sentiero, ci si perde e ci si ritrova nella vita.

Eravamo belli, quel giorno, a 2.000 metri di vicinanza dal sole finchè c’è, una condotta che corre a valle, un grigio che diventa verde, un prato che diventa inglese, una fontana che regala acqua. Una croce umile che segnala il Segnale, una Madonna che protegge il Madonnino, un dislivello promesso ed un dislivello mantenuto.

Le gambe tremano in discesa, le ginocchia cigolano, le labbra chiedono refrigerio.

Il cielo borbotta e mugugna, l’azzurro diventa nero, il bosco si chiude, la meta è vicina.

Siamo bagnati.
Siamo fortunati.


Le foto più belle della giornata


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