Cercavamo il silenzio, cercavamo la quiete, cercavamo il sole.

Con il sole partimmo, in una primavera che si svegliava stropicciandosi gli occhi su una valle, quella Valtellina che pareva un infinito tappeto d’erba srotolato al sole di quella primavera che si stropicciava gli occhi all’ombra di cime e montagne dipinte a metà di bianco e metà di nero, in una stagione che confusamente non sa ancora dove rigirarsi ma sa bene quale piede mettere già dal letto per primo.

Con il sole partimmo, in quella primavera che fuori dal bosco, difficile da salire come un gradino troppo alto per gambe troppo corte, alle spalle quella valle che, srotolandosi si distendeva in un mattino quasi estivo, un sole bello, caldo, ad illuminare giorno e passi verso una metà a metà, un rifugio che sa di bivacco, una casa che tale sarà solo per qualche decina di minuti, forse un’ora o forse due a seconda di quante montagne riusciremo a vedere ed abbracciare con lo sguardo da lassù.

Un cerchio di monti ad incorniciare una valle che si risveglia la domenica mattina mentre previsioni e nuvole si incontrano a metà strada, riconoscendosi, stringendosi la mano, abbracciandosi per proseguire la giornata, insieme, verso la sera, raccontandosi storie di inverni e rocce condite di neve e fiocchi dal gusto di polistirolo e vetri bagnati di condensa mentre panini e snack e frutti vengono trasformati in forza e voglia di riprendere il cammino, quella sella da affrontare verso l’ignoto, un mondo di fuori visto dal dentro di un bivacco che, per una manciata di minuti, è casa, e ristoro, e temperatura accettabile per sentire di stare, per una manciata di minuti, bene.

Bivacco, puntino rosso tra nero di roccia e bianco di neve, rocce appuntite smussate da acqua che prende forma e rende tutto panettoni e bignè alla crema, acqua che diventa neve e neve che diventa silenzio, quel silenzio che, silenziosamente, ci accompagna verso su, ancora qualche passo e poi lì, quel canale che ti vien voglia, e così faremo, di affrontarlo con un colpo di culo per scendere meglio e non lasciare ad ogni passo un buco di un metro in un metro di neve. Che poi, vai a capire perché, il peso sul culo scivola leggero su quel pendio di quel canale verso valle, verso la neve che dirada e diraderà, dopo 3 ore di cammino dall’ultimo morso al panino.

Con il sole partimmo, quella primavera, per trovarci nell’inverno passando dall’estate, veloce, fugace, come tutte le estati in cui si sta bene e sembra che tutto vada, finalmente, come deve andare. Avevamo il fiatone in quella primavera e in quell’estate. Era il caldo, le emozioni, la sabbia rovente sotto i piedi che diventa neve e ghiaccio e freddo in un inverno che arriva forse troppo presto e altrettanto presto se ne va per lasciare il passo all’autunno, una pioggerellina che vela tutto fino al bar, il boccale di birra e la cioccolata calda, il dislivello che straripa un po’ dai 1.200 che dovevano essere e che diventano, per magia, 1.500 quasi ma quell’avventura nel canale, dopo la sella, a cercar bolli blu sulle rocce trovando solo ometti di pietra  che diventano pupazzetti di neve, e poi ritrovare la consolazione dei bolli biancorossi, urlare “sentiero!” come avessimo visto terra dalla coffa di una nave alla deriva.

Ma deriva non era, la traccia ben presente in testa e al polso ma solo un po’ più nascosta del solito dalla neve che, natalizia e filmica, scendeva dal cielo, quel giorno in cui partimmo da laggiù, da quella valle verdeggiante e srotolata al sole e circondata da monti in bianco e nero.

E in mezzo, in mezzo ai monti, in mezzo alla giornata, in mezzo alla fatica, in mezzo all’anello c’era lui, quel Bivacco Bottani-Cornaggia appoggiato su uno sperone di roccia, così saldo sulle sue gambe tremule ad indicare via, e casa, e finestrelle troppo piccole per inquadrare il mondo ma abbastanza grandi per farcelo ammirare.

Eravamo in undici quel giorno di primaveraestateautunnoinverno, ad osservare le stagioni che veloci si susseguono, rincorrono, punzecchiano a vicenda, scalzano e scalpitano e scavalcano una sella che, di quell’anello, è meta e metà esatta.

Il resto è discesa, è una birra fredda e una cioccolata calda, una stretta di mano, uno sguardo al cielo, una goccia di pioggia sulla fronte, un paio di scarpe asciutte e un ricordo in più nel palmo della mano.


Le foto più belle della giornata


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