Perché ogni storia, a pensarci bene, può iniziare in mille modi diversi e finire in altrettanti. A deciderla basta un’idea, un pensiero, un primo passo con lo zaino in spalla e un solo buon proposito: arrivare alla meta.
Una giornata che inizia come tante altre, come centinaia ne abbiamo già passate insieme. Le presentazioni, gli abbracci, i sorrisi, la voglia di andare. Ma andare davvero, stavolta, ché di strada da fare ne abbiamo parecchia davanti, di salite anche, di valli e creste da affilare ancor di più.
Non è a te che devo raccontare questa storia ma a chi non c’era, domenica scorsa, mentre cercavamo con tutte le nostre forze di piegare e chiudere questo anello che, a conti fatti, si è rivelato di un metallo più duro dello strumento che avevamo in mano. Non mancava la voglia, certo, né le gambe né la forza di affrontare un percorso nuovo, sconosciuto, intrigante. Ma quella parete da arrampicare, no, quella no, non era affrontabile con soltanto la voglia di andare avanti.
“Ubi maior, minor cessat”, dicevano i latini. E a volte bisogna avere il coraggio di fermarsi, respirare a fondo, godere di quello che finora si è avuto e tornare indietro. La montagna comanda. Sempre.
Così di croci e cime, quel giorno, ne abbiamo prese due su quattro. Vedro, Vindiolo. Mancava il Pizzo e mancava il Menna. Troppo semplice sarebbe stato prenderlo di fronte come tutti quanti. No, noi abbiamo provato a sorprenderlo alle spalle, in un agguato furtivo e nascosto da nuvole a cappello di vetta, confidavamo nell’oscurità e nel silenzio dei nostri passi. Ma l’avversario era più furbo di noi e si è trincerato in alto, in cima ad una parete che, mani e piedi, sarebbe stata dura da affrontare.
Perdere una battaglia ma sperare nell’esito finale della guerra. E’ quel che conta. Non sconfitta ma studio del nemico. Non tristezza ma maggior determinazione nel tornare, la prossima volta, con armi migliori e coscienza degli ostacoli. Ci abbiamo provato. Non siamo riusciti. Ma torneremo, Menna. E ti prenderemo.
E nel frattempo ci portiamo a casa la pelle, una giornata in fin dei conti da non buttare via, ventidue km con il coltello tra i denti, quasi 1.600 metri di dislivello e quella voglia di andare che, sin dal mattino, non ha mai abbandonato nessuno, nemmeno sulle creste, nemmeno quando la salita diventa salita vera, nemmeno quando la croce sembra così lontana da raggiungere. Nel frattempo ci portiamo a casa altri ricordi da raccontare, altra vita vissuta, altri amici conosciuti, occhi azzurri, occhi verdi, occhiali da sole, gambe lunghe e gambe forti, mani strette ai bastoncini, passi decisi su terra e sassi, panini tristi e panini gourmet morsicati sull’erba, le parole di chi sa che, in fondo, basta così poco per stare bene. Almeno per un giorno.
La strada del ritorno è la stessa dell’andata, cambia la prospettiva e cambia quasi tutto, ci siamo già passati, da qui? Le creste e le due cime mancanti all’appello guardano beffarde dall’alto, la valle si stringe, il bosco si chiude, sembra imbrunire anche se il sole è ancora alto in cielo, uno scivolo d’acqua che poi è ruscello rinfresca piedi stanchi e sorrisi che continuano a non mancare e meno male, perché giornate come queste vanno sorrise e gustate e portate a casa tra i palmi delle mani chiusi con delicatezza per custodire quello che di più prezioso riusciamo a trovare nella fatica.
La voglia di vivere.
Passo dopo passo.
Cima dopo cima.
Amico dopo amico.
Una birra, un trancio di pizza.
Un bicchierino di limoncello che diventano due e poi tre.
Un ultimo brindisi.
La macchina, la sera che cala, il buio della notte.
La doccia a lavare via quello che non serve portarsi a letto.
Menna… mancavi all’appello. Manchi ancora. Questa mano, stavolta, l’hai vinta tu.
Ma noi abbiamo una squadra migliore… e la prossima volta, credici, arriveremo anche a te.
Ridendo. Forte. Come abbiamo riso mille volte, quel giorno.
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