Tra il Pescegallo e il Pizzo dei Tre Signori c’è il Rifugio Falc.
Lo sguardo stupito di Elisa, la rifugista, nel veder entrare dalla porta me seguito da un paio di compagni di avventura. Gli altri, un po’ indietro, sarebbero arrivati poco dopo. Sette eravamo, quel giorno. Sette a sfidare la sorte e il maltempo preannunciato e fino all’ultimo quasi evitato.
Quasi.
Sapevamo sarebbe stato un azzardo, un tiro di dadi le cui facce non potevamo indovinare finchè non avessero smesso di rotolare. Su di un panno verde e bagnato, zuppo delle piogge della notte prima, un panno verde fatto di boschi e rigagnoli d’acqua ed erba bagnata e rocce lavate e foglie d’albero pronte a starnutire gocce di pioggia vecchia al solo nostro sfiorarle.
Pioggia vecchia che ad un certo punto inizia ad abbracciarsi a pioggia nuova, era quasi certo anche se speravamo di no, che l’avremmo presa. Il punto era: quanta? Quanta ne è bastata per sentire l’umido sotto il guscio, per sentire la schiena bagnata non di solo sudore, per sentire i capelli appiccicarsi alla fronte a disegnare ghirigori di variegato colore. Ad ognuno il suo, direi.
La direttissima dalla diga del lago di Trona fino al Rifugio Falc è una direttissima. Sale. Sale. Sale. Non molla e non deve mollare, pena la perdita del titolo di direttissima. Qualcuno ha guardato in giù un attimo, decidendo che la via più veloce e più amara per il rifugio l’avremmo fatta senza guscio. Grazieaddio o a chi per lui.
Tra il Pescegallo e il Pizzo dei Tre Signori c’è il Rifugio Falc. E meno male, aggiungerei.
Finisce la direttissima, s’apre il lago d’Inferno, sventola la bandiera italiana su una roccia, il rifugio non si vede ancora ma sappiamo che è lì. Accanto alla bandiera preludio del rifugio c’è una croce di legno. Come fosse una cima. Solo che il rifugio cima non è. Solo che quel giorno, per noi, il rifugio sarebbe stata cima. Vai a capire come girano le cose della vita, alle volte.
Il Tre Signori era la meta. Ma galeotto fu il Falc con il suo calore umano e d’ambiente, con il suo sapore di birra e vino, con il suo profumo di polenta e pentole poggiate su una cucina all’antica, vicine le une alle altre quasi a voler mescolare i profumi e le promesse di buono. Tavoli di legno non ancora apparecchiati. Panche scomode solo fino al terzo bicchiere di vino, quando diventa comoda anche una roccia puntuta o un metro quadro di pungitopo. Una seduta di vimini sospesa al soffitto ed affacciata ad una portafinestra, vasi di fiori sui davanzali, il mondo fuori e noi dentro a guardarlo.
Sospesi noi come la seduta, sospesi non al soffitto ma ai capricci del meteo, ora pioggia ora nevischio, ora vento ed ora nuvole basse, noi sempre più seduti ed il Pizzo sempre più lontano e ammantato di nubi. Nascosto, più che ammantato. Rubato, più che nascosto.
Dovevamo essere lassù, noi, ed invece siamo inciampati quaggiù. Lo sgambetto di Elisa e del suo rifugio-casa, una biblioteca d’alta quota che profuma di resistenza ad ogni pagina, resistenza a tutto tondo, resistenza soprattutto alla vita ed ai colpi bassi a cui noi, ogni giorno, resistiamo da resistenti quali siamo.
Dovevamo essere lassù, in mezzo alle nuvole, ma una vocina dentro ha urlato forte di non andare e noi l’abbiamo ascoltata. Tra un boccone di polenta ed un sorso di vino. Una vocina urlava sempre più flebile fino a capire che l’urlo non era più necessario perché c’era silenzio, dentro ed intorno.
Quel silenzio bello dei rifugi di montagna che profumano di casa, il silenzio del dopopranzo quando gli occhi si chiudono e la pancia lavora forte, quando l’amaro non è più così amaro ed una chitarra e delle dita iniziano a giocare insieme fino a diventare musica (grazie Ragazza, chiunque tu sia, per aver dato un ritmo bello alla nostra digestione).
Tra il Pescegallo e il Pizzo dei Tre Signori c’è – per fortuna - il Rifugio Falc.
Non era cosa, quel giorno. Abbiamo sperato fino all’ultimo. Abbiamo rinunciato forse troppo velocemente. Ma abbiamo scelto la scelta giusta.
Non era cosa, quel giorno. Le nuvole ce l’hanno sussurrato all’orecchio. Abbiamo ascoltato.
Non era cosa, quel giorno, di andare più su.
Forse era Elisa e il suo rifugio-casa la nostra meta, quel giorno.
Il Pizzo rimane lì. La giornata è stata bella, cuore e mente si sono messi in pausa per qualche ora, come è giusto che sia, ogni tanto. Non per forza sotto ad una croce di vetta, anche al tavolo di un rifugio-casa.
Il resto è ritorno su un sentiero diverso per guardare da un’altra parte quello che al mattino ci eravamo persi, nascosto tra le nuvole. Una Valgerola che è magnifica quando si veste a festa, anfiteatri di cime a contornare laghi e boschi e prati come di così belli capita raramente di vederne.
Il resto è ritorno a casa.
Con quel sapore in bocca di un pizzo non preso ma di un sole ritrovato, anche se solo alla fine.
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