E’ questa una canzone cantata al ritmo di piedi che marciano veloci su asfalto e sentieri spazzati dal vento che scende impetuoso da Alpi che segnano il confine tra Italia e Francia, vento fresco che profuma di neve che resta in alto e cede il passo alla primavera, fiori ed erbe in valle, quella valle cantata in questa canzone cantata al ritmo di piedi che marciano veloci.

E’ una canzone che canta di decine di chilometri spezzati dal ritmo della notte, di parole poche e di panorami molti, di un fondovalle che resta sempre lì a fare compagnia con il rumore lontano di auto e moto che vanno e vengono al e dal confine tra mondi poi non così lontani tra loro.

E’ una canzone che canta di profumi di natura che si risveglia e di pensieri che si assopiscono, di domande fatte al vento e di risposte che il vento porta via, di urla silenziose che rimbalzano tra cortili e viuzze deserte di paesi ormai spopolati dal progresso che poi, il progresso, chissà dov’è.

E’ una canzone che canta di binari del treno accarezzati con lo sguardo e attraversati con piedi e pensieri, due linee parallele che nei sentieri non ci sono ma che ci troviamo a camminare, treni che passano sbuffando portandosi dietro il peso del progresso e dei nostri bisogni che poi, questi bisogni, chissà quali sono.

E’ una canzone che canta di paesi vuoti e arresi e paesi che ad arrendersi non ci pensano proprio, di un popolo che esiste e resiste nonostante tutto, di trattorie e bed&breakfast aperti quasi solo per noi che una mancia verrebbe quasi di lasciarla se non fosse che, quel popolo, esiste e resiste nell’orgoglio di essere lì da sempre e per sempre volerci restare, nonostante tutto. Nonostante i piloni dell’autostrada che s’alzano alti al cielo ma il cielo non lo raggiungeranno mai, nonostante i buchi e i trafori e le montagne ridotte ad un business troppo grande per un popolo che in fondo altro non può fare se non esistere e resistere.

E’ una canzone che canta di tempi antichi che hanno lasciato traccia di castelli e ville e canali e campi coltivati e mucche al pascolo e cavalli a guardarti sornioni mentre brucano erba che non aspetta altro che pioggia, quella pioggia che arriva finalmente, una sera, tornando da una trattoria romana che ti chiedi come mai, ci trovi umanità e profumo d’abbacchio, un vino della casa che sembra cattivo solo al primo sorso ma che poi scende giù che è un piacere. Bisogna abituarsi, prima, resistere e quindi esistere.

E’ una canzone che canta di asfalto che calpestiamo da soli per giorni e giorni, ma anche di sentieri e borgate silenziose e riposanti per sguardo, udito e mente, boschi ordinati e puliti ad abbracciare il viandante e accompagnare i passi stanchi ma ancora desiderosi di andare perché la meta è ancora un po’ più in là. Tump tump tump tump. Passi veloci. Ciottoli. Terra. Asfalto. Roccia.

E’ una canzone che canta di scorci che non ti aspetti, la Dora Riparia che scava il terreno e mangia le rocce e ti spara dritto in fronte una gola che pare tagliata a mano da quanto è bella e precisa. E l’uomo ci costruisce una diga che non manchi acqua ed energia ad illuminare il glorioso passato che fu.

E’ una canzone che canta di un prodigio che è solo umano, quella Sacra di San Michele che resiste al tempo e alle nostre carezze alle sue mura alte ed imponenti, ma prima di arrivarci un bosco di fatica che è preparazione alla meraviglia osservata prima dal basso, poi dal cancello, poi dallo Scalone dei Morti, una chiesa in cui entri dal pavimento, poi la torre della Bell’Alda che guarda la valle e poi la valle stessa, in basso, controllore e controllato dalle vestigia del passato che fu e che, fortunatamente, è ancora. Esiste e resiste, come il popolo che la volle e la costruì mille anni fa.

E’ una canzone che canta del sentiero di rientro verso valle, una corsa veloce che il treno parte puntuale, una pizza ed un paio di birre ingoiate veloci e due parole con chi esiste e resiste nonostante tutto.

E’ una canzone che finisce seduti su un treno, paesaggi che corrono veloci fuori dal finestrino, 20 km in 5 minuti che noi abbiamo impiegato 5 ore a camminare. Poi la metro, poi casa, che vai a capire, alla fine, questa benedetta casa dov’è.

E’ questa la canzone dedicata alla Val Di Susa, a chi ci ha accolti e consigliati ed emozionati e sfamati e accompagnati anche solo con il pensiero in questi 80 chilometri di Cammino della Liberazione. Alla Via Francigena e a tutti quelli che nei millenni l’hanno percorsa e tracciata e sudata, a Claudia dell’Ufficio del Turismo di Oulx, Al Cantoun, all’Hotel Isolabella, alla Locanda Dell’Orsiera, al B&B 503 di Alessio e Orsola, al Birrificio San Michele, alla Sacra di San Michele, alla Pizzeria Totò&Vasco.

Alla compagna di viaggio e a tutti quelli che, con coraggio, nonostante tutto, lasciano casa per mettersi in cammino.

Salvataggio...