Un giorno che inizia da una notte, una salita che inizia con una discesa. Un bosco erto e ripido, una croce di legno così grande che sembra il disegno di un bambino gigante, una valle lì sotto così zuppa di nuvole basse e foschia che sembra la tazza di latte della colazione. Un gruppo di amici che si incontrano ancora, c’è anche qualcuno nuovo, uomini taciturni concentrati sui passi, la lingua che si scioglie pian piano e i sorrisi che si distendono lentamente dopo aver preso le misure di questa strana mistura di pensieri e sensazioni che sono la Compagnia.
A nord l’aria è pulita, le montagne si mostrano senza vergogna in tutta la loro abbacinante bellezza, un sole che sembra stiracchiarsi in una giornata di fine inverno che profuma già di primavera inoltrata. Gocce di sudore sulla fronte come non sentivamo da fine estate, la crema solare sulle pelate delicate e su visi che, giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, tornano a colorarsi d’estate.
Chiazze di neve qua e là, sentieri quasi puliti tranne lì dove tutti passano e tutti calpestano e dove il sole non arriva o arriva con la stanchezza di una giornata passata, neve dura che vuol tornare alla terra e diventa fango.
Fango. Quello dove cadi e da cui ti rialzi, fango che inzacchera scarponi pantaloni e zampe di cane, fango che sembra voler trattenere ogni passo e fare lo sgambetto a noi che in fondo non vogliamo fare altro che arrivare alla cima del Pizzo Formico, dove potremo finalmente riposare le gambe e tirare un sospiro di sollievo guardando il Parafulmine, più in basso, disteso al sole come un placido animale dopo lungo letargo estivo.
Fango. Quello che fa “ciac ciac” sotto le suole delle scarpe che ogni passo diventano due, uno di alzata ed uno di recupero dalla scivolata imminente, qualche chiazza marrone sul culo che alla fine per terra ci finisci pure ma da cui ti rialzi per proseguire, che è ancora troppo presto per finire al tappeto.
Fango. Quello che dopo un po’ ti sta anche antipatico ma è quel fango che profuma di ritorno, non era forse Dio stesso che dal fango della terra fece l’uomo ed alitò sul suo viso un soffio di vita? Ed a Lui raccomandiamo la tua vita futura che morte non è, Susi, se è vero che distesi al sole, dopo pranzo, sentiamo nell’aria che sei con noi e con i tuoi amici stretti che ti hanno portata fin su, ancora una volta, con la voglia di andare avanti e dal fango rialzarsi, che è ancora troppo presto per finire al tappeto e lo ripeto ancora, almeno finché potremo decidere di rialzarci, una volta ancora.
Grappa e genepì, birra ed acqua, in una escalation al contrario di alcool ed entusiasmo che diventa pian piano stanchezza ma soddisfazione per aver terminato la salita mentre aspetta la discesa, il ritorno alle macchine, alla vita di sempre in attesa della prossima uscita.
Fango. Anche in discesa che diventa ghiaccio, scivoloni ogni due per tre che fa sei come i chilometri che ci restano da fare, distesi al sole come noi qualche momento prima, si ride e si scherza un po’ meno ché la stanchezza inizia a farsi sentire e quell’ultima discesa rotola giù veloce come un masso da un pendio sgombro di ostacoli e di pensieri.
Un’altra giornata è trascorsa, un altro sole che torna a dormire, un’altra pennellata di un qualcosa che a volte sembra affresco e a volte scarabocchio, vai a capire alla fine cosa sarà.
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