In overdose, in botta piena, positive vibrazioni che scorrono ancora lungo la spina dorsale, partendo dai piedi stanchi per tanto andare per finire sui capelli che iniziano a scolorire per il sole di primavera tanto atteso. Una droga che non smette mai di prendere e sorprendere, un turbinio di emozioni difficili da raccontare ma tant’è, proviamoci. Ho perso un giro, forse due, forse anche tre, in una escalation di sentimenti e sensazioni partite da un’uscita “intima” al Della Vecchia, un pugno di Amici, pochi pensavo, troppo pochi, senza fare i conti con il fatto che ogni tanto va bene così, non una défaillance, non una sconfitta, solo un prendersi per mano per portarsi dove il silenzio chiede silenzio, dove i pensieri si perdono in una valle nascosta ai più, in un rifugio ancora dormiente nel riposo invernale, in un lago ancora ghiacciato ma che lo vedi, a guardarlo bene, che sotto c’è acqua che scorre e vita che frema di tornare a vivere.

Una storia, una leggenda, un amore che si perde nel tempo e che torna scolpito nella pietra da mani che, chissà come e chissà quando, quell’amore l’hanno conosciuto. Un posto dove tornare per osare un po’ di più, a quel colle invernalmente ramponato che chiede fatica e sudore, come sempre, per essere raggiunto con il sole di primavera. Torneremo, si, te lo prometto, perché te lo meriti.

Poi un passo, forse due, forse mille, da cui partire per scoprire una Presolana vista da dietro, lì da dove non l’avevamo ancora guardata; un gruppo più nutrito, un sole più caldo, un dislivello più dolce come l’abbraccio del vento che inizia a scemare e che lo senti meno se ti sdrai sull’erba e ti fai accarezzare. Un chiacchiericcio amico a far da sottofondo ai pensieri e al sonno piombigno che arriva dopo il pranzo e dopo una camminata che pare semplice se la fai con gambe allenate, ma che si rivela ostica per chi comincia a camminare e alla montagna si affaccia da spettatore chiamato sul palco da un attore che vuol sentirsi un po’ meno solo sotto l’occhio di bue di quel sole primaverile, finalmente. Un panino addentato al volo, un tavolo lungo metri ad accoglierci tutti, stretti uno accanto all’altro a condividere morsi e sorsi davanti a quell’incanto della valle illuminata a giorno da un cielo azzurro che in città ce la sogniamo, una croce lignea e una Madonna a guardar l’orizzonte insieme a noi, persi nei pensieri e nella stanchezza di una settimana, finalmente, passata via.

Il Bregagno, un monte alto ma dolce nella sua forma, niente spigoli ma morbide curve, una salita dolce come una carezza, i chilometri non si contano, non si conta il dislivello, una mano ti accompagna in cima che quasi non te ne accorgi, e da lì si apre un mondo nuovo che avevamo sempre guardato dall’altra parte. Come fosse uno specchio, ci troviamo di là a guardarci dentro gli uni con gli altri, ognuno dentro sé, una bottiglia stappata al volo, il culo bagnato di neve che si scioglie, un inverno che se ne va, valli e monti camminati finora che, finalmente, si fanno vedere in tutta la loro bellezza, vedi la Grigna, il Legnone, il Resegone ma non da sotto né da sopra, semplicemente di fronte e non fanno niente per nascondersi alla vista e allo sguardo attento di noi, che tanto abbiamo aspettato e camminato per poterli guardare in tutta la loro maestosa montagnità. E dal Bregagno al Grona, torniamo selvatici, non più dolci pendii ma rocce e catene, aspra espressione di una natura che non vuol concedersi con troppa semplicità, una cima ed una croce che devi sudare e una discesa che devi fare con occhi aperti e piedi sicuri, una direttissima che fa paura solo a guardarla da sopra in giù, metallo freddo nelle mani, rocce lisce sotto i piedi e polvere, polvere, polvere di montagne che aspettano l’acqua e nel frattempo si sgretolano sotto i nostri piedi.

Infine la Pasquetta, un pic-nic che doveva essere una grigliata, una tavola imbandita di ogni ben di Dio compresi i buoni propositi di una dieta che fatica a decollare, bottiglie di vino che si stappano da sole, sole che scalda formaggi e pasta fredda, freddo che se ne va un sorso dopo l’altro, l’altro che diventa noi e noi che diventiamo un tutto. Tutto ha un senso quando si sta bene, l’escalation giunge al culmine di questa storia, eravamo sette quando siam partiti, eravamo 26 quando siamo arrivati. Il vino era buono. Il cibo pure. E la Compagnia una droga. Ed io sto ancora in botta piena. E nella botta piena ci sta il vino buono.

Au revoir, mes amis.

Salvataggio...