Eppure dev’esserci un modo per sentire meno la fatica di questa maledetta salita che pare non finire mai. Non dev’essere poi così difficile, non siamo i primi, non saremo gli ultimi a sputare lacrime di sudore lungo questo sentiero, il numero 1 non per importanza ma per apparizione, forse.

Dev’esserci un modo per sentire meno la fatica di questa giornata che appare difficile sin dal mattino, dai primi passi, dai primi pensieri, dalla prima voglia di mollare tutto e tornare a casa, sotto le coperte, a dormire ancora un po’ in questa domenica qualsiasi di un dicembre qualsiasi.

Un modo, uno qualsiasi, anche il più banale, il più semplice, per stare in piedi e continuare a mettere un passo dopo l’altro ed andare avanti, nonostante tutto, esistere e resistere, ci hanno promesso grandi cose e grandi pensieri e grandi panorami, da lassù.

Dev’esserci un modo per aprire gli occhi, svegliarsi al mattino e ritrovarsi già sudati quanto basta per sentire caldo in questo dicembre di un anno qualsiasi, buttare gli occhi aldilà del bosco, tra rami secchi e spogli di alberi qualsiasi e vedere il lago, laggiù, l’acqua increspata da un vento che non c’è.

Capelli spettinati le creste del Resegone, una mano ci passa in mezzo ma sono piedi, ordinatamente pettiniamo salite e discese, le mani sporche di fango e neve vecchia, il sole dalla parte sbagliata del cammino, un tramonto che si tinge d’arancione e non ne resta che il riflesso e la speranza.

Spettinato come questo racconto, senza capo né coda, un po’ naif il nostro andare, un passo avanti tre pensieri indietro, un colpo di coda verso l’alto di un cielo che più azzurro non si può, coperte sedotte ed abbandonate in una notte che non è più. Dura lasciarti, oggi, caro letto.

Ma c’è di meglio ad aspettare. C’è un fiato da rompere, ci sono gambe da scaldare, ci sono nuvole di vapore che escono dalla bocca in un respiro affannoso ché anche oggi siamo partiti forte, cani senza guinzaglio dietro una traccia di preda nascosta da qualche parte.

Ci arrabattiamo. Non ci diamo per vinti. Continuiamo a salire. Prendiamo forza e coraggio da quello che vediamo attorno a noi. Guglie e creste e sassi e rocce e torrioni e massi in bilico sul cadere ma che in fondo, forse, non cadranno mai. Come noi.  Mal che vada, culo a terra, ci si rialza, e andiamo avanti.

Un rifugio che oggi non è meta ma passaggio, una croce qualche metro più in su, una foto che la croce la taglia a metà, siamo noi a contar qualcosa, oggi, ed oggi sarà un gran giorno da questa parte della montagna, lontani dall’alba, lontani dal tramonto. Poesia. Musica.

Ognuno con la sua. Oggi è una giornata jazz. Improvvisata, alle orecchie di chi non ne capisce il ritmo. Suoni e note quasi buttate a casaccio, una coppia di dadi che rotola su un panno verde, una tombola senza ambo, zoppa di un passo ma non dell’altro. Caparbi, ostinati, puntiamo al rosso.

Un’idea. Una voglia. La Compagnia c’è. Le creste pure. Le attacchiamo a metà, le altre le prenderemo più in là. Canaloni che sbucano all’improvviso, in agguato alla nostra sinistra, a destra un altro mondo, di fronte un sentiero che fila via come un treno. A cremagliera. Ostinato. Verso l’ovest. Al tramonto.

Si cambia percorso, si cambia programma, uno strumento si insinua tra gli altri, un assolo di sassofono, tace il clarinetto, pesta il basso, accompagnano due bacchette a volteggiare nell’aria prima di cadere sulle pelli di un rullante come un sasso che rotola dall’alto, lo senti come soffia?

Siamo ance vibrate dal musico, suoniamo alla grande, vibriamo di forza e di vita, lo vogliamo suonare questo concerto e lo vogliamo fare bene. Da sette note ne tireremo fuori un’aria, da due piedi ne faremo un’aria, pochi gli ingredienti, cottura lenta, sale e pepe quanto basta.

Fame, tanta.
Improvvisazione calcolata. Rischio? Certo. Di non vivere come vorremmo, oggi, se non fossimo qua.


Le foto più belle della giornata


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