…e in culo anche il Timogno.

Tu e le tue spalle grosse e ricoperte di neve, ma di una neve così stronza che pareva di affossare nelle sabbie mobili, e quella croce che ad un certo punto si mostra in tutta la sua brillante ferrosità così lontana e quella neve, quella neve a fare uno sgambetto dopo l’altro, un passo avanti e un metro dentro, quella neve che pareva aver deciso che noi, a quella croce, non saremmo mai arrivati.

In culo anche il Timogno.

Quella croce l’abbiamo presa. Ce la siamo abbracciata come pegno d’amore, ce la siamo rimirata come un tramonto d’estate anche se il sole splendeva pieno in cielo e quello stesso sole, maledetto, a cucinare neve di un calore a fuoco lento per farci sudare e faticare ed imprecare a denti stretti ad ogni passo in sù.
E non nascondo, no, che se fossi stato solo probabilmente avrei mollato tutto e vaffanculo. Alla croce, alla vetta, al panorama dai quasi duemilacento, alla Presolana lì sullo sfondo, al lago d’Iseo, al Rifugio Vodala, ad una giornata che dovevo capirlo, già dai primi passi nel bosco, che non sarebbe stata una passeggiata. Per niente.

Però c’eravate voi, anzi, c’eravamo noi a salire lassù, non erano due piedi ma trenta, non era una fatica ma la somma di quindici, in una matematica certezza che noi, insieme, quella croce, quel giorno, l’avremmo presa. Anche senza ciaspole, senza sci, con solo i nostri piedi ad affondare nella neve pastosa e schifosa, così bianca ed innocente eppure così infida e traditrice, decine di tracce da seguire ma una peggio dell’altra che, a ‘sto punto, tanto vale farne una nuova.

In culo anche il Timogno.

E a quel panorama a treesessanta su montagne bianche in alto e verdi in basso, alberi alti e resistenti al vento, un argine all’inverno verso valle e quella cresta, lì di fronte a noi, che sembra volerci invitare ad aggredire anche il Benfit ma no, grazie, è tardi ormai, c’è un rifugio e della polenta che aspetta e ci sarà una primavera per tornare, senza neve e con un sole da apprezzare di più. Finirà quest’inverno appena iniziato, si asciugheranno questi piedi bagnati, toglieremo ramponcini e metteremo scarpe basse e la pelle al sole tornerà ad abbronzare. “Tempo al tempo e lo vedrai”, cantava Paolo Conte.

Che poi sia beninteso, caro Timogno dei miei scarponi: un po’ controvoglia devo dartela vinta e mi trovo costretto a dirti grazie. Grazie perché un’altra giornata è trascorsa da Dio. Gente bella, cose belle, cibo buono, fatica sana. Un’inaspettata panchina gigante su cui sedersi a guardare un mare di nuvole a valle, il cielo da poter quasi toccare con un dito, un cielo azzurro e sgombro di nubi e pensieri, una giornata dentro sé e una giornata con voi e di noi. Grazie, caro Timogno dei miei scarponi, per avermi aiutato, anche questa volta, a capire che volere è potere e dove non si arriva da soli, si arriva in Compagnia. Con le persone giuste, ovviamente. E che non c’è croce che non si possa toccare se si ha voglia di lasciare andare gambe, testa e cuore.
E a fine giornata l’idea di tornare a casa non sarà più così buia…


Le foto più belle della giornata


  • slide
  • slide
  • slide
  • slide
  • slide
  • slide
  • slide
  • slide
  • slide
  • slide

Guarda la Photogallery completa su Facebook
Salvataggio...