Sinfonia del Resegone – Atto II
Il racconto di una salita mancata e poi riconquistata. Tra nebbia, sudore, risate e note sospese nel vento.
Non ci arrendiamo. Non cediamo alla leggerezza, alla neve che l’ultima volta ci ha bloccato, al cielo grigio che si chiude su di noi mentre arranchiamo, quel giorno, affondando ogni passo in mezzo metro di poltiglia bianca. Iniziamo a camminare con la pioggia, continuiamo a camminare sotto il nevischio. Nell’illusione e nella speranza che si apra, quel cielo, regalandoci il sole più bello e luminoso della nostra vita.
Piove e nevica, tira vento e il freddo entra nelle ossa, piedi fradici in scarponi di goretex e vibram che non tengono più.
Non ci arrendiamo perché lo vogliamo forte, questo Resegone. Ma non siamo scemi e ripieghiamo, un esercito in rotta verso una trincea che ha un nome che sembra una presa in giro: Rifugio Resegone.
Non era il Resegone che puntavamo, quel giorno, ma tant’è. Tocca accontentarci. Scaldarci, mangiare qualcosa, berne qualcos’altro. E tornare a casa. Leggerezza. E un flebile rimpianto per non essere riusciti a salire.
Non ci arrendiamo e a distanza di poco tempo ci riproviamo. Le previsioni sono quelle giuste, stavolta. Sole, schiarite, niente pioggia. Sulla carta, almeno. Con il meteo, poi, vai a capirci bene qualcosa.
Iniziamo a camminare dallo stesso parcheggio. Non piove, questa volta, ed il sole splende forte. Saliamo e sudiamo, che è la cosa che sappiamo fare meglio. Abbiamo davanti 18 chilometri da sgranare passo dopo passo. Non più neve sotto i piedi ma terra e sentieri ben segnati da passi che non sono i nostri, anche se riconosciamo qualche passo e qualche passaggio.
Il Resegone è lì, di fronte a noi mentre lo puntiamo da lontano, una danza leggera in punta di piedi e tra alberi e cespugli, tra salite e discese, tra valli e coste spoglie di vegetazione ma non per altro che per mostrare agli occhi quello che meritiamo di vedere.
Un refolo di vento si insinua tra le rocce e le chiome degli ultimi alberi prima delle altezze spoglie. Il sudore sulla maglia si indurisce in una fitta gelata, metti la giacca, togli la giacca, pelle d’oca sulle braccia. Occhiali da sole, cappello, guanti.
Stridono gli accostamenti, soffia il vento e dalla valle porta nubi. Sembra di stare in discoteca, una macchina del fumo gigante ce lo spara addosso e in un attimo il Resegone, che puntavamo dal mattino, sparisce.
'Puf! Ghé nè pú.'
Non ci arrendiamo, questa volta, anche se la meta non è più davanti agli occhi, ma conosciamo la direzione da seguire e le creste fanno capolino, ogni tanto, da quelle maledette nuvole che ci accompagneranno fin sulla cima.
Stringiamo i pugni, stringiamo i denti, stringiamo i pensieri e la voglia di salire ed arrivare lassù con la stessa forza con cui, qualche mese fa, abbiamo deciso di rinunciare.
'Comanda la natura', dicono gli anziani.
'Ma oggi comandiamo noi', diciamo.
E non ci saranno nuvole basse né panorami mancati né neve marcia che i ramponcini mordono inutilmente a fermarci.
Vogliamo la vetta, e la vetta prenderemo. Parola della Compagnia.
Che poi non è che dobbiamo dimostrare niente a nessuno.
Non è una di quelle imprese epiche da ricordare per il resto della vita.
Una camminata normale. Per gambe allenate, certo.
Ma c’era una musica nella testa che volevamo ascoltare da lassù, c’erano note che volevamo disegnare nell’aria con strumenti immaginari.
C’era una melodia rimasta appesa alle nuvole della volta precedente, un primo violino che era rimasto con l’arco a mezz’aria senza finire il movimento.
Eravamo rimasti appesi e sospesi, un momento di pausa durato qualche mese che andava ripreso e concluso.
È per questo che siamo qui, oggi.
“Sinfonia del Resegone”, Atto II.
Lei con il vestito elegante e una collana di diamanti al collo, lui in smoking con il fiore all’occhiello, un cenno di rosso che fa pendant con il rossetto di lei. Il sipario si alzerà, prima o poi. E calerà il buio sulla sala ma sul palco no, danzeranno luci ed occhi di bue e riflettori accesi sui movimenti leggeri delle dita sugli strumenti, degli archi che si muovono su e giù su quelle corde che oggi pizzicano per noi.
Tu stammi accanto, aguzza la vista sulle gocce di sudore sulla fronte del primo clarino, la vedi la bacchetta del maestro come volteggia bene in aria?
Arriviamo alla croce.
La croce del Resegone è alta e di ferro, c’è un altare di pietra di fronte su cui qualcuno, ogni tanto, viene a dire messa. La vista dal Resegone è bella, di solito. Oggi no.
Oggi il panorama più bello di cui possiamo godere, dalla croce del Resegone, siamo noi.
Che addentiamo il panino, che beviamo acqua dalla borraccia, che cerchiamo calore in pochi, minuscoli, timidi raggi di sole che filtrano tra le nuvole basse e persistenti.
Tra le note che cadono dal cielo tintinnando sulle rocce di questo monte che tanto volevamo finché non l’abbiamo fatto nostro.
I corvi non volteggiano, oggi, sul Resegone.
C’è tempo per volare. C’è tanto da mangiare. Briciole di pane e gocce di musica.
“Ti ricordi, quella volta che provammo a salire e ci trovammo invece a scattare una foto davanti al dipinto del Resegone? Eravamo tanti, eravamo stanchi, avevamo le nuvole nelle ossa, quella sera. Ma avevamo anche una luce bella negli occhi, quella luce che si accende solo a certe quote. Quella luce che non la spegni con un interruttore. Ti avevo promesso che ti avrei portato quassù, ricordi? Ci abbiamo messo un po’, abbiamo camminato altrove, abbiamo scaldato i muscoli delle gambe ad altre altezze. Ma ti avevo promesso che ti avrei portato. Ed eccoci qua. E se oggi da quassù non si vede niente è solo perché avevo bisogno di una buona scusa per tornare.'
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