E’ questa una storia per chi sa mischiare bene i ricordi, per chi non si ferma a cristallizzare un momento per lasciarlo lì, sospeso nell’aria per poi finire in un cassetto. E’ una storia per chi ha la capacità di sentire profumi, panorami, persone, passi, croci e cime in un cocktail esplosivo di sensazioni che diventano all’improvviso, Vita. Vissuta, certo, ma pur sempre Vita.
E’ la storia di una voce nell’orecchio, chissà se di diavolo o di angelo, un giovedì pomeriggio di fine giornata lavorativa, un pungolo alle gambe troppo ferme da un giorno alla scrivania, uno stimolo nervoso ad andare incontro a qualcosa che, davvero, non è stato mai. La storia di un conto fatto a spanne, qualche ora di luce ancora salvo ritrovarsi in mezzo al bosco, al buio ma al chiarore pallido di una luce che, fino alla croce, non richiede frontale ma solo fiducia nei piedi che, da soli, sanno dove appoggiarsi senza sbagliare.
E’ la storia di un ricordo vivo, l’ultimo, la croce di un Cornizzolo spenta, mai una gioia, ma almeno svuotata delle decine e decine di passanti che, di giorno, ne fanno una meta semplice ed abbordabile come una passeggiata in Duomo, a voler salire facile. Un bosco silenzioso, penso, ma nelle orecchie musica di auricolari per non sentirsi completamente soli nella notte che arriva, veloce, da ovest. Più in basso luci di città a far compagnia morale ad una solitudine cercata e, finalmente, raggiunta. Hai scritto, amica mia, “quando uno comincia a fare le cose da solo, significa che ha ricominciato a sentirsi se' con se' e ha fatto la pace con se stesso”. Sante e sagge parole. Mai avrei pensato di abbandonare, anche solo per una passeggiata fatta a polmoni spalancati e polpacci dolenti, la compagnia della Compagnia. Eppure si, arriva prima o poi quel momento. Quello del silenzio imposto da un mondo che va a letto.
Non so se ho fatto la pace con me stesso, questo non lo so. So che oggi pomeriggio avevo un pungolo al cuore che mi diceva “vai” e sono andato.
Sono andato a cercar silenzio dove qualche giorno fa era un altro monte ed altra gente, altro non-silenzio fatto di amici vecchi e nuovi, quei cinque a cui riserviamo, volutamente, posti per provare a cercare una via di fuga con noi come abbiamo fatto noi, tempo fa.
Da un Cornizzolo silenzioso e solitario come non mai ad un Faiè che non so quante volte ha visto così tanta gente messa insieme, mescolata alla bell’e meglio in un potpourri di umanità varia ed eventuale. Un coktail che, alla fine, non è neanche così male da bere, che dà alla testa ma non ubriaca, che scioglie la lingua come qualche bicchiere di troppo di prosecco, quello buono, però.
Dal lago alla cima non troppo elevata, in realtà, ma se il cielo lo cerchi dall’acqua è un bel viaggiare e un gran camminare, credimi. Una cosa per cuori volenterosi e gambe allenate e polmoni capienti. E per occhi che hanno voglia di riempirsi ed anime che hanno voglia di lasciarsi andare. Al mondo, allo stupore, all’altro, a sé.
Ed in mezzo c’è una Gardata vista da lontano, una Grigna che scruta dall’alto e noi lì sotto, al fiume, a pucciare piedi e scarponi in acque gelide che vogliono essere evitate ma qualche piede ci finisce dentro, in quel Sentiero del Fiume che una domenica diventa teatro di una risalita a mò di salmone, mani alle catene, qualche strapiombo che invita ad un tuffo tanto è cristallina l’acqua laggiù. Ma forse, stavolta, è meglio restare in alto, che tanto all’alto bisogna puntare.
Non croci di vetta ma serenità da raggiungere, un alpeggio esposto pericolosamente al sole ed alla quiete, una chiesa che vai a capire perché proprio lì, a qualche decina di minuti da un’altra neanche fossimo su una Via Crucis. Ah no, c’è anche quella, che tutti i giorni percorriamo saltellando tra massi e radici, crepe sul muro e quadri storti, nuvole a nascondere panorami che però, lo sappiamo benissimo, aspettano solo di essere fotografati in un momento migliore.
La messa a fuoco è fondamentale, anche se certe foto sfocate o sovraesposte non sono niente male, per quello che rappresentano.
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