La quiete dopo la tempesta, una domenica qualsiasi di un mese qualsiasi, settembre si chiama, a valle ancora caldo, nel bosco si suda un po’, più si sale più l’aria rinfresca, nuvolaglie si addensano salendo al cielo, una croce è presa, manca l’altra, si copre e si scopre a far passare raggi di sole, in lontananza qualcosa che indovini siano altre cime e panorami che oggi, forse, non godremo.

Quiete cheta, risacca di passi su mari e scogli che furono, rocce ispide come pelo di animale selvatico che nessuno ha mai spazzolato, accarezziamo con mani e piedi la sensazione di esserci già stati, lì, qualche vita fa.

Déjà-vu, quello strano senso di già vissuto, non è magia ma certezza, si dissolve il senso come le nuvole, si apre il mondo sotto ai nostri piedi, si apre la valle con il rifugio, ombrelloni a riparare dal sole come fossimo in spiaggia, siamo pesci per nulla silenziosi che si nutrono di sole e birra, onde di parole si schiantano contro le pareti lontane dell’Alben da dove siamo rotolati giù, le nostre voci fanno a gara con i campanacci delle mucche a chi alza al cielo più forte la felicità.

E’ doveroso ed è dovuto, è meritato ed è agognato il riposo dopo la fatica, salite e discese e creste e rocce e strapiombi che fan paura finchè non ci sali sopra e ti rendi conto che, in fondo, quei due metri erano tutto lì e paura non fanno più. Le gambe tremano di una paura antica, le mani si aggrappano rapide alla salvezza dalla forma di appiglio, indovinato più che studiato, trovato per caso più che cercato, riprende la salita e in un attimo il brillio luccicante del ferro a formare una croce è lì, davanti a noi. Ci ha visti arrivare da lontano, ci ha attesi, ci ha accolti, ci ha abbracciati in un abbraccio già vissuto. Altre erano le facce, altre erano i piedi, altre erano le motivazioni ma siamo tornati, Alben, eccoci ancora qui. Déjà-vu e ritorno, vita vissuta e tempo passato non invano.

Passi leggeri su sassi che scivolano a valle, abbiamo sciato senza legni verso l’erba della valle, la pancia brontola di profumi lontani, quattro mura ed un tetto diventano casa per qualche ora, il sorriso amico di chi non ti aspetti e non ti aspetta, la voglia di dare agli altri un pezzo di sé. Volontari li chiamano gli altri, famiglia li chiamiamo noi. Rifugio Monte Alben, torneremo e godremo insieme del fresco della notte e dell’alba, un fuoco crepiterà sotto il buio luminoso delle stelle, si alzeranno canti al cielo e si faranno sogni d’alta quota, rarefatti come l’aria che respiriamo qui.

Si richiude il bosco sopra le nostre teste, giunge l’ora di ripartire, ancora lunga è la strada verso casa, ancora bella è la valle che attraversiamo ed ancora fresco il piccolo mondo che camminiamo, pancia piena e testa vuota, sapore dolce di amaro in bocca, parole al vento regalate a chi segue a pochi passi in scia e in una corsa verso valle e verso casa.

E’ la quiete dopo la tempesta, la giornata si stiracchia e le giunture scrocchiano sul fondo erboso del bosco, l’anima si acquieta e si rasserena, eravamo in tanti a far rumore sotto il cielo, erano tanti i passi che abbiamo contato, ne abbiamo perso il conto ma non abbiamo perso la via.

Una croce che diventano due, una cima che si sdoppia, avevamo detto che sarebbe stato bello, la promessa è mantenuta, anche questa è fatta, un’altra giornata è andata.

E tu, promettitelo, continua a camminare leggera sul tappeto della vita e leggera la vita ti risponderà. Colpo su colpo, passo su passo. Asciugati. Respira. Vivi.


Le foto più belle della giornata


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