Cercavamo il silenzio. O forse no. Cercavamo natura, e natura trovammo. Nella sua forma più selvaggia, più rude, più incazzata che mai. Anche se, all’inizio, l’illusione fu forte, di esser capitati in un posto che poi, così selvaggio, non era.
La promessa di un lago dal colore turchese, placidamente disteso ai piedi dei monti, calmo, piatto, fermo. Non un alito di vento a smuoverne le acque, non un’increspatura sulla superficie, solo quiete, e silenzio, e due ragazzini con in mano una canna da pesca a cercar di prendere chissà cosa e chissà quando. Come stare al luna park ad uno di quei giochi in cui chi vince, alla fine, è chi ti presta la canna da pesca in cambio di due lire.
Cercavamo il silenzio ed il silenzio trovammo, per qualche momento, il tempo di rifiatare dopo quel bosco, quel sentiero, iniziato in discesa – bello, eh? – ma che dopo un ponte su un torrente inizia a salire e martellare le gambe, un tornante dopo l’altro, panorami che giocano a nascondino con alberi, alberi che soffiano addosso l’umidità di una notte di pioggia, in poco ci ritroviamo zuppi di sudore fino alle ossa e il bosco incombe e non si apre, e la testa si chiude, le gambe sembrano voler mollare ma non sono le gambe, è la testa, e tu lo sai bene.
Non ce la faccio, ce la devo fare, non posso mollare, lasciatemi qui, torno indietro, provo ad andare ancora un po’ avanti. Ci pensi, e ci ripensi, e ti chiudi in quel circolo di pensieri che da nessuna parte, fidati, ti porteranno. Ansia da prestazione, timore di chissà cosa, paura di deludere gli altri, di rallentare, mille alibi, mille scuse, mille cazzate ti sei raccontato prima di capire che anche tu, a quella selletta, la Bocchel Del Cane che di cani neanche l’ombra, alla selletta, dicevamo, dovevi arrivarci. Con i tuoi tempi. I tuoi modi. Le tue gambe, ché nessuno ti avrebbe portato in braccio. Solo parole a spronarti, battute a distogliere la mente dal fallimento imminente, lacrime ricacciate in gola a forza. Che buon sapore hanno, le lacrime.
Alla selletta. Su. Sempre più su, aggredendo sassi e pietre e rocce grandi e piccine, il lago alle spalle s’allontana ma siamo noi che andiamo via, c’è una punta da prendere, la Rosalba che c’aspetta, dicevano che è bella, che da lassù si vede un sacco di roba, monti e picchi e cime e ghiacciai e distese di selvaggia natura a perdita d’occhio.
Cercavamo il silenzio, trovammo il rumore di sassi che rotolano, poco confortanti mentre provavamo ad arrivare in cima, un passo dopo l’altro rendendoci conto che questa volta - anche questa volta - forse era il caso di mettere da parte il divertimento per tornare a casa sulle nostre gambe e senza tatuaggi di polvere e rocce. C’eravamo quasi. Peccato. 100 metri alla vetta, mancavano. Cento metri. Un walkie-talkie che gracchia parole lontane, ci siamo rassicurati, abbiamo detto “torniamo indietro, aspettateci”.
La selletta ancora lì, a separare due valli e due pensieri, la partenza e l’arrivo, la freschezza del mattino dalla stanchezza del pomeriggio, in mezzo un panino azzannato voracemente, fame vera dopo tanto sforzo per portare a casa, poi, meno cento metri alla vetta. Riconoscersi nei limiti, saper dire “si torna indietro”, anche questo, in fondo, è maturità. La consapevolezza che alla fine è sempre lei a comandare, quell’ammasso di rocce e sassi che formano, nel tempo infinito del mondo, le montagne.
Via che si scende, massi ancora più grossi di quelli dell’altra valle, chissà le forze che li hanno scossi e staccati dalle montagne e fatti rotolare fino a quaggiù, dove noi adesso cercavamo il silenzio e trovammo salti da fare, culi appoggiati ai massi per scivolare giù, i prati son lontani ancora, qui è un mondo di roccia e sassi e bisogna saltare ancora, stare attenti a dove si mettono i piedi, c’è stanchezza nell’aria per quelle due ore di quasi arrampicata a cercar di prendere una vetta che rimane ancora lì, per noi, per quando torneremo, seriamente, a prenderla.
Un lago in fondo, un torrione di fronte, un rifugio da raggiungere ed una birra da bere, un larice millenario che non sembra messo tanto bene, chissà cosa ci aspettavamo, due rami un po’ tristi come un Cristo in croce e sullo sfondo il Ventina, un altro di quei ghiacciai che, pian piano, se ne andranno via.
Birra fredda. Sedie comode. Sole a scaldar le ossa.
La delusione va via.
Gira un quadernetto tra i tavoli, il diario di vetta della Compagnia.
Pensieri che faticano ad uscire, o siamo solo forse un po’ troppo timidi per esporci agli altri.
Scriviamo due righe. Il senso di una frase, quello vero, lo conosciamo solo noi che la scriviamo.
Butta fuori.
Inspira. Respira. Inspira. Respira.
L’incubo è passato. Ce l’abbiamo fatta, anche stavolta.
E’ uscito il sole. Anche per noi.
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