Riemergiamo.
Dal fondo del mare di terra dentro cui abbiamo navigato, piedi ben saldi sul ponte, mani ben aggrappate al timone di questo sottomarino che rotola e fluttua tra alghe ricoperte di neve e di brina, tra scogli affioranti e coralli dalle lunghe chiome svettanti al cielo.
Riemergiamo dopo ore di freddo abissale, molto abbiamo visto e molto avremo da ricordare, scafandri pesanti e zuppi di sudore che ci chiediamo ancora come può essere, con il freddo che fa. Il cielo ci saluta di un blu che sembra mare, solo a pensare di stare a testa in giù.
Da un oblò guardiamo fuori, dritta di fronte a noi una croce che potrebbe essere il faro di un qualsiasi porto, un pensiero rassicurante ed una bitta a cui ancorarci per qualche attimo prima di riprendere la navigazione, liberi da mute ed ammutoliti dalla bellezza che circonda noi e questo mare di terra.
Paolo, il vecchio eremita del porto di partenza, ci saluta e ci spiega la rotta per la quarta volta, “lasciati i tornanti troverete un sentiero che sale, seguite la corrente che va in un canale ma che canale non è, è sentiero come per capre, è per navigatori esperti”, dice. Noi seguiamo la rotta, oltrepassiamo il canale, da lontano una voce ci richiama, “è lì, a destra!”, grida Paolo, il vecchio eremita.
Non ascoltiamo, andiamo avanti, tralasciamo deviazioni sconosciute, una corrente veloce ci porta al bosco, un’ora di salita fino a dove il bosco finisce e si apre la meraviglia, prati e cavalli, monti dintorno e neve, quella neve che sapevamo avremmo trovato, “ma non così in basso, perdio!”
Indossiamo ramponi e ramponcini, arpioniamo un altro pezzo di bosco, l’aria si affina, il panorama si definisce, arriviamo allo Zucco che è scoglio in mezzo al mare, un cumulo di pietre ad indicare la via e nascondere, velleitariamente, la croce che è nostro punto di arrivo e di partenza per la discesa, giù il periscopio, giù ancora e poi ancora su, verso la croce.
Il sottomarino rimane nascosto sottoterra, è solo la cupola ad uscire verso l’aria pura, intorno vediamo finalmente ciò che abbiamo guardato per ore, l’aria salmastra è ricordo di sudore ormai asciugato.
E giù di pacche, sorrisi, risate, parole, noi reduci da un viaggio sottacqueo e sotterraneo, stanchi ma felici come solo un marinaio sa essere a sentir urlare la vedetta “Terra, Terra!”
Il porto Due Mani è spartiacque tra salita e discesa, di strada da fare ne abbiamo ancora, davanti, né più ne meno di quanta ne abbiamo fatta indietro, a metà tra colazione e pranzo, tra fame e sazietà, tra sete e sbornia, tra felicità ed euforia per averlo raggiunto, toccato con i piedi, fotografato da un oblò sporco di salsedine e brina di neve, un odore di dentro e di vissuto, di casa che casa non è se non per qualche minuto.
La ciurma riparte, piedi leggeri in discesa, ancora, verso il fondo del mare, all’orizzonte ruderi come navi affondate, quanta vita è stata vissuta dentro, mura cadute e finestre sdentate, travi ammassate come bastoncini da shanghai, ruderi che sono ricordi di una vita che fu.
Proseguiamo portati dalla corrente e dalla fame, ci hanno promesso calore e cibo, e vino buono in cui annegare i pensieri senza annaspare nei ricordi. Si ride a tavola, si brinda a tavola, si spezza il pane e si rende grazie, si stappano bottiglie e si muovono mascelle a masticare la fame finchè fame non ne resterà più.
“Quanto manca, capitano?” chiede qualcuno della ciurma.
“Manca quello che manca, manca quello che vogliamo che manchi, manca quello che deve mancare finchè saremo sazi, ancora, ma di cammino, stavolta, non di cibo e vino!”
Scende la sera, la oscura la notte, si nasconde il mondo dietro il buio.
“Le frontali, ciurma, se non vogliamo finire sugli scogli!”
Diventiamo meduse luminose nel buio pesto del bosco, tentacoli a cercare la roccia su cui camminare per guadare un ruscello nervoso senza bagnarci troppo, alle spalle l’ultima salita, la più perigliosa, la più faticosa, a pancia piena e ad occhi stanchi, nel buio della notte siamo meduse fluttuanti nella corrente che ci riporta a casa, al punto di arrivo che era partenza solo qualche ora fa.
Porto Due Mani. Per la quarta volta ti rivedo con occhi diversi e con ciurma diversa, rimani sempre un bel porto, sai.
“Gettiamo l’ancora, capitano?”
“Gettiamola ancora, ciurma. Ma non abituatevi troppo alla rada, che si riparte ancora…”
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