«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?»

Arriva la domanda dopo pochi passi, con una giornata intera davanti, chilometri da macinare come chicchi di caffè per colazione, una caffettiera calda come il sole che stenta ad uscire dalle nuvole e sceglie il momento peggiore, quel sentiero che rampega veloce e maledetto a scavallare tutto d’un fiato fin che ce n’è.

Pochi passi e qualcuno già sudava al pensiero di quello che ci aspettava, una manciata di chilometri e qualche centinaio di metri di salita che a metterli insieme, si, sembra una guerra con tutti i crismi. Mancano moschetti e scarponi di cartone e poi ci siamo, a quella guerra temuta dalla notte prima.

«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?»

Taci e cammina, risparmia fiato e sorrisi per quando la valle si apre davanti ai tuoi occhi, quando quel canale diventa un ricordo vecchio di anni, le gambe calde e i muscoli dei polpacci tirati come il sorriso a vedere l’immensità di ciò che immaginavamo, si, ma non così bello. Perché ogni guerra ha vinti e vincenti, e noi volevano stare dalla parte giusta, quel giorno.

Avevamo cinque basi da conquistare, cinque capisaldi da prendere, cinque baite in cui riposare, ma tra l’una e l’altra era guerra di muscoli e volontà, gocce di sudore a profusione, qualcuno ripensa al motivo per cui è lì, qualcuno pensa a ciò che vede e ne gode, qualcuno stringe i denti e cammina, testa bassa e passi veloci che i chilometri son tanti, da fare, quest’oggi.

«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?»

Canale fatto, prima base conquistata, un lago davanti agli occhi che pare disegnato bene, da lontano un ghiacciaio e delle cime, un passo che non faremo, il secondo lo prenderemo di fianco, agevolmente camminando a mezza costa su un sentiero che è meglio farlo senza neve, strapiombo che sembra brutto a vederlo da lontano ma non a camminarlo, niente muli a portar bagagli ma spalle forti e passi decisi, terra bagnata e fango indeciso se mollare il colpo e ritornare polvere o resistere ancora e restar poltiglia.

Poco importa, gli scarponi si sporcano, le maglie si bagnano, i bastoni infilzano terreno e non c’è rumore né fischi di proietti in questo giorno che sembra una guerra ma che profuma di festa man mano che andiamo avanti e conquistiamo basi e rifugi.

Il secondo è fatto, andiamo al terzo, frana un torrente, si allunga la via, s’inerpica il sentiero, segnato, certo, ma non così preparati a far quella salita, il ghiacciaio alle spalle, a sinistra svettano cime e sassi e pietre sotto i piedi e s destra il lago che sembra disegnato da quanto è bello. Vanno via le nuvole, troppo determinati noi a godere di questa giornata e a vincere questa battaglia che non ne vale la pena di sprecar tempo ed energie.

«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?»

Terza tappa, terzo rifugio, prima birra, meritata come la seconda, un panino al volo, qualche raggio di sole sulla pelle scoperta che si copre perché siamo in alto e da queste parti, sai com’è, tira aria di montagna. Quasi tremila, cosa l’avete fatto a fare quassù questo rifugio con tutto lo spazio che c’è laggiù, ti guardi intorno, guardi dritto negli occhi i tremila che abbiamo di fronte e capisci perché l’hanno fatto così in alto, questo rifugio. Per essere più vicini al cielo, per essere più lontani dalla terra, per dare pace e riposo a chi tende all’alto sapendo che, in fondo, “la montagna più alta è dentro di noi”. Ipse dixit, non so chi. Bonatti, forse, uno che di queste cose qualcosa ne sapeva.

«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?»

Ci arriveremo, certo che ci arriveremo, il grosso è fatto, la salita è andata, adesso non resta che scendere ma occhio a dove metti i piedi, questa morena non è simpatica, divertente, si, ad aver mente fresca ma non con questi chilometri alle spalle, non con questo dislivello che abbiamo sgranato come un rosario alla domenica mattina in chiesa, controvoglia.

Era ghiacciaio anche questo, una volta, era anche questo regno dei ghiacci prima che arrivassimo noi, stambecchi che guardano senza espressione continuando a leccare sale dalle rocce, quelle rocce che noi accarezziamo con mani e piedi cercando di restare in piedi e non cadere giù. «Non è difficile, basta fare un po’ di attenzione», dicevano, lassù.

«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?»

Ci siamo, quasi l’ultimo rifugio, la vedi la vallata quant’è bella sotto il nostro sguardo, è laggiù che dobbiamo andare, quindi liberi tutti in questa discesa forsennata o ragionata, non fischiano più le pallottole sulla testa, sembra quasi finita questa guerra, la baita è vicina, corri, lasciati andare, approfitta della leggerezza della discesa per sentirti leggero anche tu, bastoncini infilzati non a ferire ma a tenere, curve pennellate di sentiero che scorre veloce finchè spiana, si, perché ogni tanto, alla fine, spiana.

«Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?»

Si. Ci arriveremo, e ci siamo arrivati. Una giornata lunga. Siamo stanchi, tutti. Abbiamo fatto tanto. Riso, sudato, faticato, goduto, ci siamo abbracciati, ci siamo baciati, ci siamo stretti le mani, abbiamo sentito picchiare il sangue nelle tempie e abbiamo pensato di mollare, anche solo per un momento.

Ma non abbiamo mollato.
Siamo partiti.
Ci siamo stati.
Siamo arrivati.

Lo dicevano, che questo posto era bello. E capisco, alla fine, perché ci hanno costruito addirittura cinque rifugi. E capisco anche, alla fine, il perché di quel sorriso a fine giornata, anche con tutta la stanchezza che avevamo addosso. Ma eravamo giovani, e credevamo ancora in un sogno.
Torneremo. Forse non sarà la stessa cosa. Ma avremo ricordi da ricordare, anche qui.


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