Vedi, amico mio, un giorno tutto questo potrai raccontarlo a qualcun altro. Che c’eri anche tu, che anche tu hai fatica come un mulo da soma su quel sentiero, che anche tu ti sei sentito parte, per due giorni, di un qualcosa che forse non avevi ancora nemmeno capito.

Quei sentieri non erano lì per caso così come non per caso ti sei trovato a camminarci sopra, quei due giorni. Il vino del rifugio non era il massimo, certo, ma anche quel grado alcolico buttato giù a caso, così come i bicchieri che hai bevuto quella sera non erano frutto del caso.

La notte, la frontale in testa, i piedi malfermi, le gambe dondolanti in un andare dinoccolato da Corso Como quando in realtà gli unici a guardarti erano animali selvatici, ben nascosti tra le rocce di quel mondo lontano e le stelle in cielo. Anche se il cielo, quella sera, si è visto poco, nascosto da nuvole basse e rarefatte ma abbastanza da non far vedere niente. Né sopra né sotto.

Un cielo nascosto dietro le nuvole a prepararsi e farsi bello per l’indomani, quando la Val Di Scalve si mostra per la bellezza che è, quella bellezza selvaggia tipica di chi, ancora, non è finita sulle prime pagine dei giornali né mai ci finirà. Perché non è un posto per tutti, perché ci vuole voglia e gamba e cuore e desiderio di stare da soli seppur in compagnia, in un posto così.

A salire al rifugio siam tutti bravi, questione di allenamento ed abitudine alla fatica. Salire a quel rifugio che si svela solo all’ultimo, nascosto da pareti rocciose e cime e pendii fino a quando non giri l’angolo e ti accoglie, lui con l’aquila, una campana e un cannone della prima guerra. Oggetti bizzarri, certo, ma che si fanno ricordare e ricordano ognuno la sua storia. Di uomini che non ci sono più, di fatti che leggi solo sui libri di storia, di rintocchi lontani come l’eco di qualcosa che tu.

Fino al rifugio ci siamo arrivati, amico mio, anche se poi le gambe di star ferme proprio non volevano saperne e allora vai con la prima cimetta e poi la seconda e poi quella roccia da arrampicare che a prenderla male si sfila come un gioco per bambini solo che, ecco, a non fare attenzione ci si fa male. Ma noi ci siamo arrivati, su quelle cime senza nome e senza croci, per vedere il mondo da un po’ più su. Tanto la birra aspetta e la temperatura non cambia, ma cambia la vista dall’altra parte, la diga ed il suo lago, le vette lontane che riconosci, il Monte Gleno e l’eco che ancora oggi risuona nelle orecchie di chi conosce la disgrazia.

Il rifugio, la birretta ristoratrice, il vino traditore, la notte scura ed i pensieri annebbiati, la sveglia all’alba e per l’alba, il chiarore del giorno che inizia e quel sentiero che taglia la cornice dei monti che racchiudono la valle. Meravigliosa. Solitaria. Disabitata. Una promessa, i laghi del Venerocolo ma noi dobbiamo arrivarci e per farlo, amico mio, bisogna sudare ancora un po’ e sentire il cuore che bussa forte nel petto quasi chiedendo di uscire, il sapore immaginato delle catene tra le mani in quei passaggi a cui non eravamo preparati se non nella voglia di affrontarli e portare a casa anche questa giornata.

Vedi, amico mio, un giorno racconterai di quella volta che non hai capito cosa ti stava succedendo, che la tua testa si è messa in pausa per un attimo e non per il vino ma per quelle creste e quel sentiero così ardito come lo eri tu nel volerlo percorrere tutto e portarlo a termine. Fino ai laghi, lì sotto, placidi e sornioni ad osservare noi che, passo dopo passo, ci lasciavamo alle spalle il battito impazzito del cuore, il momento in cui il mondo si è fermato e abbiamo dovuto scegliere come tornare a casa. E abbiamo scelto bene, abbiamo fatto l’unica scelta possibile: con i nostri piedi e sulle nostre gambe, un po’ più grandi ed un po’ più coscienti del fatto che, in montagna, è la montagna che comanda. Punto.

E non eravamo soli. C’erano quelle persone con cui abbiamo condiviso ore ed ore di fatica e risate e bicchieri di vino e mani strette e abbracci e Vita. Loro che ci hanno dato forza e voglia di andare avanti, quel lungo serpentone a tagliar nel mezzo la montagna senza ferire né sanguinare. Li hai visti i loro sorrisi, amico mio, e quanta forza ci hanno dato, in tutti questi momenti?

Finita la salita. La valle davanti ai nostri occhi. Ancora qualche chilometro da macinare ma ormai è discesa, è solo voglia di buttare i piedi a mollo in un torrente gelato a raccontarsi le ultime cose o anche solo stare in silenzio ad ascoltare il fiume che passa e che va.

E a noi rimangono i ricordi di questi due giorni, che non sono certo cosa da poco.
Ricordi che racconterai a qualcun altro.
E a quel qualcun altro verrà voglia di provare, per un giorno, a sentirsi vivo.


Le foto più belle della giornata


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